La necessità del colore

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Mario Lazzari

 

 

 

Che cos’è che tormenta e spinge l’uomo moderno? Di quello che è accaduto e accade nel mondo, quali sono le risonanze dentro di lui?
(Michelangelo Antonioni – 1959)

Non so perché io abbia incominciato a interessarmi, nel cinema, ai sentimenti piuttosto che ad altri temi più scottanti, come la guerra, il fascismo, i problemi sociali, la nostra vita di allora. Non che questi temi mi lasciassero indifferente, c’ero dentro e li vivevo, sia pure in modo abbastanza solitario. Deve essere stata una mia esperienza sentimentale finita in modo inesplicabile. Di questa fine non dovevo chiedere ad altri che a me stesso il perché. E questo perché si univa a tutti gli altri e insieme diventavano un solo smisurato perché, un massiccio spettacolo che aveva per protagonista l’uomo. L’uomo di fronte all’ambiente e l’uomo di fronte all’uomo.
(Michelangelo Antonioni – 1964)

Premessa
Porsi di fronte ad una tela bianca con un pennello o una matita in mano, o, più in generale, dar corpo a delle proprie immagini, è come porsi davanti ad un enorme perché. O meglio, è sentire le proprie domande risalire dal profondo,  guardarle in faccia cercando di vincere il pudore che impedisce di rivelarci agli altri, e trovare il coraggio di rivelare il bisogno di comprensione.

Non si dipinge per se stessi, ma per cercare un dialogo, per liberare il bisogno di creare un linguaggio che ci unisca, anche tacitamente, anche oltre il tempo, agli altri esseri umani.  Chi può dare delle risposte assolute a questi perché? Non io almeno. Potrei dire al massimo, come Montale “… non domandarci la formula che mondi possa aprirti ..codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Quello che ritengo importante comunicare è la consapevolezza di questa vita, una maggiore e più profonda consapevolezza del tempo che trascorre tra il miracolo della nascita e l’inevitabile momento della morte. C’è chi lo fa con le parole, chi con le azioni, chi con le immagini. Altri, con l’esempio, semplicemente vivendo.

All’inizio ci sono i colori
Ho sentito l’emozione dei colori fin da piccolo. Alla luminosità dei colori vivaci come il giallo, il rosso, l’azzurro, il verde, ho associato la felicità di vivere, cosa più facile per un bambino normale, data l’ignoranza dei dolori del mondo che mi erano stati risparmiati. Ho cominciato quindi a colorare le mie emozioni creando il mio mondo immaginario di cieli e montagne, di prati e di casette con bimbi che giocavano, di animali buoni che rendevano emozionante e avventurosa la scoperta del cortile, un mondo completo ed infinito. C’era sempre un casetta con un camino che fumava, sullo sfondo. E disegnare e colorare mi univa agli altri bambini che, come me, disegnavano. Il mondo era bello.

Più avanti ho scoperto le sfumature. Quei passaggi intermedi di cui è fatto tanto tempo, quei colori che non hanno nomi netti e che permettono di capire qualcosa di più. E la meraviglia di scoprirli infiniti come la fantasia. E quella immensità era rassicurante. E poi c’è il buio. Il nero dell’anima, l’assenza di luce, a volte il colore della paura, a volte il colore del nascondiglio, altre, il colore dell’assenza.

Infine ci sono i non colori. Le lacrime che non hanno colore, i ricordi che si perdono in trasparenze acquose, un sorriso che sa di sole, una cattiveria che sa di lama, un’amicizia  di stelle.. e così via. Finché tutto si confonde e sedimenta in uno sguardo nuovo. Sempre più dubbioso.

Il colore comunque, rimane per  me fondamentale per esprimere la mia visione del mondo in cui vivo. Sempre di più  la modernità ha coinciso con il trionfo del colore puro, con la rottura di regole formali riguardo a materiali, schemi, ecc; insomma l’arte contemporanea si fa con tutto, come dice Angela Vettese.

Restringendo il campo della rappresentazione della contemporaneità alla pittura, che rappresenta il mio interesse prioritario e la mia modalità di espressione, sento  l’esigenza di superare la rappresentazione di oggetti e realtà concrete, per raccontare con il segno e il colore puro, sentimenti e paesaggi interiori, idee ed atteggiamenti verso il mondo, l’umanità e la natura, in una sorta di metafisica dell’astratto. Ora più che mai, penso che il colore sia il segno della contemporaneità, il colore forte, acceso, come l’uso che ne fa la televisione o la pubblicità o il cinema (vedi anche l’esempio di Antonioni). Un colore anche volgare, se necessario.

Nelle mondo occidentale in cui viviamo, dopo il tempo del consumismo gioioso, conquista delle società di massa che si affacciavano alla piccola borghesia lasciandosi alle spalle secoli di povertà, si è passati al benessere inquieto ed esibito, frenetico e senza limiti, alla ricchezza a tutti i costi, fino ad accorgersi di quanto tutto questo ottimismo sia fondato su poco, sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta e delle risorse umane, scoprendo quel nuovo colonialismo che si chiama globalizzazione.

Inquinamento/ecologia, espansione/recessione, lavoro/disoccupazione sono parole entrate nel vocabolario mondiale contemporaneo lasciando intravvedere una storia nuova per l’umanità. Ed una nuova forma di espressione coerente col tempo è necessaria e inevitabile, è l’aria del tempo che respiriamo.

Quando sfoglio un libro di storia non posso non provare l’emozione di immaginare tutte le vite, le milioni di vite sconosciute che hanno vissuto, amato, lavorato, sofferto, sperato, lottato, racchiuse in quelle pagine. Vite ignote di cui la storia non parla, ma che parlano alle cellule che vivono in me. E sento che la cosa più importante è la bellezza che ognuno avrà saputo lasciare dietro di sé. La trasmissione di un’umana immortalità. Come raccontare tutto questo? Come rispondere all’ineludibile domanda posta all’inizio da Antonioni?

L’astrattismo esistenziale
La grammatica utilizzata per la mia espressione è semplice: ogni segno, ogni tratto è una vita.

Dalla nascita alla morte ognuno costruisce un suo percorso, lungo o breve, largo o stretto, grigio o colorato; lasciamo continuamente una traccia che si intreccia con le vite degli altri, influenzandole o venendone influenzata, indifferenti o partecipanti che siamo è così, e non può essere altrimenti.

Così, graficamente, la rappresentazione, nell’essenzialità delle linee delle vite, descrive un mondo esterno, oggettivo, universale, diversificandosi  dall’espressionismo astratto in cui prevale  la visione individuale dell’io.

La vita in sé e fuori da sé
Una delle sensazioni che mi hanno da sempre accompagnato è quella del rapporto tra l’uomo e  le cose che “sono” e che rimangono dopo di noi, durano, cioè, ben oltre il nostro passaggio. A dispetto del nostro correre affannato in cerca di un senso , di una risposta, loro “vivono”, esistono in una apparente, perfetta immobilita. Di fronte a questa eternità l’uomo appare come uno spermatozoo che vive pochi minuti, agitato da impulsi più forti di qualsiasi forza a cui si possa dare un nome, un segno continuo su quella pagina bianca che è il nostro tempo, un percorso tortuoso che spesso si ripiega, altre volte procede coraggioso e ignaro…

In tutto questo vedo una bellezza accecante come la cosa più semplice del mondo, da sempre davanti ai nostri occhi, ma vista solo in momenti di pura consapevolezza folgorante. Per contro la natura “sta”, è, assiste alla nostra frenesia con ordinata eternità, immobile ai nostri occhi.

Questa sensazione viene svolta anche in altri quadri della serie, dove l’agire umano, rappresentato come l’intrecciarsi casuale delle vite, si confronta con la “regolarità” dell’essere, ricco di materia e colore, di natura e di universo, di tutto quello che “durerà” dopo di noi come un sasso o un albero. In questa contrapposizione l’irrazionale fragilità della vita dell’uomo disegna armonie che bisogna saper cogliere, una danza leggera e sospesa come il bisogno di parlare tra simili, di intrecciare le proprie curve con quelle dell’umanità, in un mondo in cui vivere tutti insieme. In questo, il quadro ha una sua unitarietà, non è suddiviso, ma riflesso e specchio di quello che è conciliabile solo dentro un osservatore, per una volta esterno, ma consapevole di essere “dentro”, che ci piaccia o no. Tra le volute del percorso di noi viventi, la traccia nera si combina con una traccia grigia, quella di chi è già passato nella “scena” lasciando solo ricordi e profumo di sé. E qualche macchia nelle tracce nere.

In questi quadri l’intreccio di neri, grigi e altri colori, non ha nulla del linguaggio di Pollock in quanto non rimanda ad una composizione d’insieme, a significati complessi, ma semplicemente al graficismo del segno, nella sua pura e poetica bellezza, essenziale e unica come può essere descritta ogni vita, come ideogrammi che invece di parole indicano percorsi, vite in una istantanea, vite in una scena. Vite in un preciso tempo mentre il tempo scorre liquido come un fiume, impalpabile come il bianco. Quello che conta è quanta bellezza si lascia dietro di sé.

La superficie dell’io
Tornando al tema del colore, tema fondante la rappresentazione del tempo interiore, viene rappresentata, sempre nell’ambito della parabola dell’esistenza umana, la ricerca di una propria individualità nel mare delle esperienze/emozioni/colore. Quasi un vortice, in cui la storia diventa un vissuto ineludibile, mescolato col presente, alla ricerca della propria espressione. I colori più forti si mescolano, si inseguono, si materializzano diluiti e sgocciolanti come pure grumosi e impastati, si mescolano con acqua e con olio alla ricerca di una forma che può anche essere casuale, come la vita, oscillante tra caso e destino.

Credo che la confusione sia un tratto di questa tempo in cui le trasformazioni si susseguono ad una tale velocità che precedono la capacità di assimilazione dell’uomo medio. L’assenza di confini netti non riguarda solo gli Stati, ma anche dei valori che stentano ad essere dei punti di riferimento come nel passato. L’interiorità di ogni persona non può che essere un impasto di tutto questo, ovvero dei colori primari che, mescolandosi, generano infinite altre sfumature, alla ricerca di un equilibrio.

Le metamorfosi
Altro tema fondamentale della condizione umana è quello della morte, ovvero della nostra “trasformazione”. Tralasciando gli infiniti discorsi che si potrebbero fare sull’argomento, l’immagine sfuma  forme da una condizione ad un’altra quasi senza soluzione di continuità, colore tra i colori, tra terra e cielo, forme come un sogno di vita vista con la meraviglia e il cuore di un bambino.

Gli Uccelli
La natura ha sempre avuto per me un fascino fortissimo, ed anche misterioso, che è andato crescendo nel tempo. Il modo animale, che vive parallelo al nostro, spesso ignorato o trascurato, condivide il nostro tempo, le stesse esigenze di vita e di sopravvivenza. Ma chi lo vede realmente? Chi non si è domandato perché esiste un certo tipo di animale? E quale forza lo spinge ad una ostinata riproduzione? Con questa serie ho voluto rappresentare alcuni tipi di uccelli che vivono proprio nella nostra terra, sugli alberi attorno a casa e che spesso non vediamo o non cerchiamo di vedere, proprio per attirale l’attenzione su di loro, giocandoci, senza il peso di trattazioni scientifiche ed anzi, smitizzandole. Nella scelta della forma non ho avuto dubbi: le tecniche di riproduzione naturalistica hanno raggiunto un livello di dettaglio tale, ed una diffusione, da rendere quasi banale il contenuto. Questa perfezione tecnica mi sembra aumenti il distacco dall’essenza dell’animale, per cui ho cercato di rendere l’uccello quasi una caricatura, umanizzandola in un certo senso, rendendola così idealmente più vera.

Note sull’autore
Nato  nella campagna ferrarese a metà del secolo scorso, si trasferisce a Ferrara per gli studi liceali. Conseguita la laurea in ingegneria all’Università di Bologna si impiega in un ufficio tecnico pubblico. Parallelamente coltiva la sua vera passione: la pittura. Recentemente si dedica a tempo pieno all’attività di pittura.

 

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