Valeria Merlini. George de La Tour e l’arte del “restauro all’aperto”


Valeria Merlini

 

 

Intervista a Valeria Merlini di Masha Sirago

 

Masha Sirago Quando inizia il suo interesse per l’arte?

Valeria Merlini Il mio interessa per l’arte inizia durante l’ultimo anno del liceo scientifico che avevo frequentato pensando di fare il medico. Il professore di storia dell’arte guardando un mio disegno a china mi ha detto: “Ah! Hai zero creatività però copi molto bene, potresti fare la restauratrice”. Per la prima volta nella mia testa è balenato che esistesse tale mestiere e allora ho cominciato ad approfondire questa cosa ed ho scoperto che esisteva l’Istituto centrale del restauro, e che si doveva fare questo concorso. Diciamo che subito dopo alla fine del liceo ho cominciato a frequentare delle lezioni per fare l’esame all’istituto, ho cominciato a fare dei piccoli lavori in giro per l’Italia per acquisire punteggio, perché è un concorso molto difficile, e devo dire che questa idea di un mestiere che si faceva con le mani, negli anni 70 della grande contestazione studentesca quando non si capiva bene come funzionava l’Università, è stata una grande risorsa che mi ha appassionato moltissimo. E’ un mestiere che si fa con le mani, ma dietro al quale poi c’è un mondo di interesse e sensibilità. Questo è stato per me un inizio molto, molto importante, e devo dire che ho capito immediatamente che mi avrebbe cambiato la vita. Ho girato i primi anni come girano i giovani che iniziano, adesso con meno facilità perché ci sono molte regole in più dal punto di vista della sicurezza. Ho girato per molti cantieri, ho lavorato nelle zone del terremoto, in galleria, a Napoli, poi ho cominciato e fermarmi più a Roma, ho cominciato la scuola ed è andata avanti così la mia carriera.

Masha Sirago E’ un interesse che lei ha acquisito in famiglia?

Valeria Merlini No, no, assolutamente. Mio padre era ingegnere nucleare, assolutamente no. Nessuno della mia famiglia ha un trascorso di tipo artistico, però devo dire che mia sorella fa la pianista e uno dei miei due fratelli fa lo scenografo, quindi abbiamo acquisito tra fratelli delle sensibilità comuni.

Masha Sirago C’è stata un’opera d’arte nella sua giovinezza che l’ha colpita tanto da determinare una sua decisione particolare?

Valeria Merlini Io ricordo una cosa, forse premonitrice, di quando forse avevo 8/9 anni. A quel tempo vivevo a Torino e sono venuta per la prima volta a Roma a trovare mia zia, la sorella di mio padre, che viveva qui. Mia zia mi ha portato a vedere tutte le cose importanti della città. E quando poi mi ha portato a San Pietro io mi sono imputata – creando magari forse un po’ di imbarazzo con mia zia – per avere una di quelle orrende copie della Pietà di Michelangelo, che vendono ai baracchini fuori dalle chiese. Mia zia ha cercato di distorgliermi dall’intenzione, ma non c’è stato niente da fare, perché alla fine ho voluto che mi acquistassero assolutamente quella la copia di Michelangelo che io ho tenuto religiosamente, perché mi piaceva guardarla ma anche molto toccarla.

Masha Sirago Quanto era grande?

Valeria Merlini Piccolissima, quelle copie che vendono fuori alle bancarelle. Mi ha talmente scioccato la bellezza di questa cosa, che l’idea di vederla, di possederla, ma soprattutto di toccarla, era una cosa così piacevole.

Masha Sirago L’arte non è solo una questione estetica. Cosa dice delle nuove generazioni che “graffiano” i muri?

Valeria Merlini I muri li hanno sempre graffiati tutti. Ci sono situazioni nella storia in cui la barbarie si è scatenata contro le opere d’arte. Ho un istinto di grande aggressività nei confronti di queste persone, che per stoltezza, per ignoranza e poco cervello fanno queste sciocchezze. Devo dire che bisogna anche sforzarsi di comunicare l’importanza delle cose che abbiamo, anche se questo non riduce il numero dei vandali, cioè, la quantità di imbecilli è un fatto statistico. Bisogna insegnare ai ragazzi, ma soprattutto ai bambini, questa idea di civiltà, cioè la bellezza delle cose che abbiamo e il loro valore. Soprattutto bisogna fare una cosa che in questo Paese non si fa, cioè considerare che tutto quello che noi cittadini abbiamo sotto gli occhi, sono cose che ci appartengono. Abbiamo in Italia questo modo infernale di fare, cioè di buttare la carta fuori dal pianerottolo. La casa sembra finire alla porta di casa propria, non avvertiamo il valore pubblico delle cose, cioè che il parco, la panchina, la strada, sono di tutti. Dovrebbe essere il cittadino che non permette che si butti la carta per terra, dovrebbe vigilare e preservare il valore delle cose, perché sono cose nostre.  E’ un patrimonio che non utilizziamo, non sfruttiamo, forse perché non capiamo nemmeno di possedere. Questo è un grosso problema, un grosso dramma, e se non si incomincia insegnando ai bambini, non si può pensare che la gente improvvisamente, diventi civile. Diventa civile solo insegnandogli cos’è la civiltà.

Masha Sirago E dei “graffitari”?

Valeria Merlini Che i graffiti siano un’arte devo dire che faccio un po’ fatica a comprenderla. C’è una cosa che non funziona tra me e i graffitari. Siccome il graffitaro pensa che lo spazio che occupa sia uno spazio libero, cioè che occupare uno spazio sia una dimostrazione di libertà, questo è per me intollerabile. Se il graffitaro accettasse di occupare degli spazi che gli vengono destinati e quindi in qualche modo a manifestare il proprio modo di comunicare attraverso una forma, diciamo anche d’arte – chiamiamola come vogliamo, non è questo il punto – l’importante che questo non invada gli spazi degli altri. Ai graffitari si diano degli spazi dove loro possano straordinariamente esprimersi come è giusto che ognuno si esprima, tutto il resto è vandalismo.

Masha Sirago Lei è curatrice della mostra attualmente in esposizione nella Sala Alessi del Comune di Milano, insieme a Daniela Storti, che espone due opere di Georges de La Tour , uno dei maggiori artisti del Seicento francese, ovvero la “Natività” e “L’infanzia di Cristo”. Cosa si sente di dire a riguardo di questo grande artista francese che tra ombre e luci ha creato la sua magia che incanta dopo secoli?

Valeria Merlini E’ un artista estremamente curioso perché è un artista con una grande sensibilità di cui però sappiamo poco o nulla della sua vita e della sua personalità. Pochissimi documenti ci sono che lo riguardano, molti dei quali sono piuttosto imbarazzanti: per esempio, ci sono delle denunce perché lui aveva attraversato con i suoi cani i campi dei contadini, oppure malmenato i contadini che avevano attraversato i suoi campi, o strattonato e maltrattato un esattore delle tasse. I pochi documenti che abbiamo danno l’idea di un uomo abbastanza arrogante. Trovo questa definizione un po’ superficiale. Noi in realtà abbiamo poco di quest’uomo, solo tre denunce, questo non vuol dire che sia un arrogante. Penso che se noi di una persona fra cento o duecento anni troviamo quattro multe non pagate non diciamo che è un uomo che non rispettava le istituzioni, diamogli un filo di attenuante. E’ un uomo che sicuramente viveva in modo magari anche un po’ aggressivo, in rapporto con gli altri in un mondo molto violento, la Lorena del tempo era un mondo molto violento, e ci si difendeva il proprio status sociale anche in un modo un po’ aggressivo. Non riesco mai a seguire la linea del fatto che fosse arrogante solo perché ci sono tre denunce e che allevava cani da caccia; è un uomo che si è gestito molto bene la sua vita pur essendo in un periodo di grande difficoltà, e devo dire che questo accanimento su di lui invece mi fa molto simpatia, probabilmente è uno che si è semplicemente organizzato bene. Noi abbiamo sempre quest’idea che il pittore sia un uomo che vive con un ideale di spirito, di sentimento. Era un uomo che si era organizzato la sua vita, era figlio di un fornaio, ha sposato una donna ricca, ha acquisito una condizione sociale che lo ha portato sino a diventare pittore del re, facendo quindi una sua carriera. Cosa c’è di male se uno fa una buona carriera? C’è sempre questo senso di tenerezza nei confronti di un uomo che ha vissuto tutta la vita alla ricerca di un’astrazione dal mondo. Questo uomo ha vissuto nel suo mondo, ha vissuto bene, non ci trovo niente di male. Noi abbiamo un po’ sempre questo rapporto curioso: le persone che sono di successo o sono mitizzate o sono degli arrampicatori sociali. E’ un uomo che si è organizzato bene la vita. Ma poi, voglio dire, gli artisti li giudichiamo dalle loro opere, no? Ha avuto una vita complessa, ha avuto molti figli, e alcuni sono deceduti molti piccoli, erano momenti molto complessi, adesso noi facciamo fatica a capire la durezza delle vita dell’epoca, erano momenti molto complicati. E’ un uomo che ha saputo molto bene coniugare la tradizione della pittura fiamminga di cui lui faceva riferimento e che faceva parte della sua storia culturale e il grande messaggio della pittura caravaggesca che veniva dall’Italia. Questo è quello che cercavo di dire un po’ nella la conferenza stampa dove sempre tutto ha dei ritmi molto sincopatici; in fondo, in un momento come questo, in cui l’Europa ha una difficoltà di identità perché cerca di trovare degli elementi che la rendano profondamente unita. Quando si è cercato di stabilire quello che poteva essere una serie di principi che legavano i paesi dell’Unione Europea, si è fatto lungo attenzione all’utilizzo della parola, al Cattolicesimo, Cristianesimo e alle tradizioni. Quest’uomo ha fuso e accolto il grande messaggio della pittura italiana e della pittura caravaggesca mantenendo molto forte la sua tradizione della pittura nordica e fiamminga. Per me questo ha un senso molto importante.

Masha Sirago Quale luce intendeva raffigurare George de La Tour?

Valeria Merlini La luce di George de La Tour è profondamente diversa da quella caravaggesca. Due cose la differenziano molto da Caravaggio. Mentre Caravaggio cercava fortissimamente la drammaticità della scena, in qualche modo si calava in maniera più intensa. George de La Tour invece, cercava e creava delle scene assolutamente immobili, totalmente statiche alla ricerca di un sentimento molto intimo, silenzioso, c’è come la ricerca del distacco da tutto quello che è all’esterno della scena. Questo è dovuto probabilmente anche in parte alle condizioni politiche e sociali che erano intorno a lui. Intorno a lui si consuma un dramma forte: le guerre di religione, i contratti politici, le epidemie, un calo demografico molto forte in quella parte della Francia. Veramente un momento di grandissima difficoltà. Intorno a lui c’è molta sofferenza, molta morte, molta violenza. In questa fase pittorica dei notturni c’è proprio la ricerca di essere al riparo da quello che è all’esterno, come se ci si volesse isolare.

Masha Sirago Quella luce di speranza, nella casa intesa come intimità?

Valeria Merlini Sì. Una volta ho scritto di questa “Natività” come se fosse in un rifugio atomico, come se fossero tutti raccolti in un posto e come se fuori ci fosse la paura, il terrore, la violenza, in un momento drammatico mentre dentro tutti raccolti intorno a questa luce che irradia, una luce assolutamente naturalistica. Infatti lui studia con molta attenzione come la luce si spande sulle figure intorno a lui. E’ uno studio scientifico che lui fa della luce, molto attento. Anzitutto è una fonte luminosa interna alla scena, mentre Caravaggio pensa a un fonte luminosa che dall’esterno entra obliquamente, nasce in maniera molto violenta, taglia nettamente questi volti con dei chiaroscuri decisi. Invece qui la fonte luminosa è sempre all’interno, è una luce che ha ovviamente una luminosità trascendente. Dobbiamo anche ricordare che anche se lui è un pittore naturalista, i dipinti che lui esegue sono quasi tutto a sfondo religioso. C’è comunque un sentimento religioso molto profondo.

Masha Sirago Quali combinazioni linguistiche e artistiche trova tra lo stile di Caravaggio e di George de La Tour?

Valeria Merlini Trovo che questa attenzione per l’uomo ha dei pesi diversi nel tema, nel corso della sua carriera. Nei primi suoi dipinti c’è il vecchio, la vecchia, il mangiatore di fagioli, ci sono queste scene di gruppo, c’è lo studio della figura, del particolare, l’attenzione per queste facce molto vissute, il segno del tempo sulle persone è una cosa che lo affascina. Anche Caravaggio era affascinato dai volti delle persone intorno a sé. Questo aspetto di Caravaggio è diventato un po’ leggendario, cioè che lui raccattasse prostitute, donne ma in realtà le persone intorno a lui facevano da modelli ai pittori. Sicuramente lui era affascinato da volti molto significativi, molto forti, questo però fa parte dell’attenzione di molti artisti che sono artisti che hanno dato una forte impronta nella storia dell’arte. Ci sono pittori manieristi che hanno fatto della pittura più di genere, hanno lasciato sempre un po’ questo aspetto idealistico dei volti. In pittori come questi, l’attenzione alla figura non è solamente quella legata al ritratto, ovvero la figura che è di fronte di me, ma è proprio la ricerca degli aspetti dell’uomo, dei segni della vita sull’uomo che danno il dna della persona, che è quello che a volte in pittura non compare, come bellissime figure di madonne e angeli, però alla fine non c’è quella forza e quella potenza che c’è in Caravaggio e George de La Tour.

Masha Sirago Da diversi anni che Lei si occupa delle esposizioni organizzate dall’Eni in collaborazione con il Comune di Milano? Cosa può dire di questa esperienza? L’industria e le istituzioni possono dare un contributo all’arte o viceversa?

Valeria Merlini Questa esperienza è una cosa meravigliosa. Devo dire che io nasco con la mia collega Daniela, amica fraterna, lavoriamo insieme da moltissimi anni. Siamo due restauratrici e abbiamo iniziato questo rapporto con il pubblico durante un lavoro di diversi anni fa. Per la prima volta abbiamo fatto questa esperienza del “restauro all’aperto”, una delle primissime volte che si faceva in Italia un “restauro all’aperto”. Noi abbiamo restaurato la “Madonna dei Pellegrini” di Caravaggio a Sant’Agostino lasciandola nella chiesa di Sant’Agostino. Abbiamo ragionato molto sul fatto che quest’idea di sottrarre le opere alle loro collocazioni è una necessario passaggio legato alla conservazione ma è anche una violenza. Noi leviamo un’opera dal luogo per cui è stata dipinta o dal luogo in cui è abituata a stare, dove la gente è abituata a vederla, c’è una grande passione degli storici dell’arte e c’è anche una grande attrazione delle persone che arrivano da tutte le parti del mondo per vedere queste opere . E c’è anche tutto un aspetto che noi dobbiamo tenere sempre presente del rapporto tra il fedele e l’immagine sacra, cioè questi sono oggetto di culto. Quando noi li estraiamo dal loro contesto lo dobbiamo fare nella maniera più rapida e veloce possibile. Sono molto contraria ai restauri che durano molti anni e che sottraggono le opere al loro contesto per molti anni. Proprio in questa occasione noi abbiamo cominciato a lavorare nella chiesa e abbiamo lasciato un pomeriggio libero – d’accordo con il parroco – perché la gente potesse venisse a chiedere informazioni. Abbiamo avuto un successo straordinario, un numero di persone infinite, sono venute – tutti i giovedì ,mi sembra che fosse- a chiedere a che punto fosse il restauro, facevamo vedere le immagini… Era al termine del 1999, poco prima dell’inizio del Giubileo del 2000 Un’esperienza umana straordinaria. Grazie anche alla lungimiranza di allora del sovrintendente Claudio Strinati, abbiamo messo tutte le indagini in internet, la radiografia non era mai stata fatta ed è stata messa immediatamente in rete, abbiamo avuto contatti anche internazionali, abbiamo superato tutte queste piccole beghe dei diritti sulle immagini delle sovrintendenze per due anni, insomma abbiamo fatto un’operazione un po’ rivoluzionaria e devo dire che è stato un grande successo. Noi abbiamo capito quanto è importante comunicare con le persone parlando di arte non solo di massimi sistemi ma anche di tecniche artistiche, i dipinti sono anzitutto dei manufatti, sono delle opere che hanno una storia, sono commissionate, sono fatte di tela, di legno, di colori, c’è un artista che prima di essere un artista è un artigiano che sceglie con attenzione i suoi materiali, si muove in un margine abbastanza ristretto perché tra committente e iconografia riesce poi a produrre delle cose straordinarie. Riuscire a comunicare con le persone, con il restauro, è un momento straordinaria di intimità con l’opera d’arte, e quindi la gente supera quel vetro che rende un’opera d’arte un’icona e allora con noi partecipa a questo momento d’intimità che non dimenticherà più. Per quanto riguarda le aziende, noi abbiamo cominciato nel 1999 con uno sforzo di BNL, ed è molto importante che le aziende italiane vengano coinvolte nella conservazione dei Beni Culturali. E’ molto importante, ci dev’essere un’elasticità estremamente superiore a quella che c’è adesso.

Masha Sirago Secondo lei, l’affluenza del pubblico soddisfa le aspettative dell’organizzazione e viceversa?

Valeria Merlini     Assolutamente. Noi abbiamo iniziato quattro anni con la “Conversione di Saulo” della collezione Odescalchi, un dipinto di Caravaggio straordinario. Dopo il restauro io e Daniela Storti pochi mesi prima l’abbiamo portato qui a Milano. Abbiamo avuto centosessantamila visitatori totalmente inaspettati, abbiamo avuto delle code incredibili, è stato un successo enorme, e da lì si è deciso di continuare in quest’esperienza che soddisfa il Comune di Milano perché ha la possibilità di aprire questa che è un po’ la casa dei milanesi, una sala che normalmente ha delle altre funzioni. Le aziende devono avere la loro immagine, perché sono loro che ci permettono queste cose, di fare restauri, mostre e operazioni culturali. Non sono degli istituti di beneficenza, danno del denaro in cambio della loro immagine. E’ giusto così. Perché la beneficenza è un’altra cosa. Le aziende rispondono ai loro azionisti, e al benessere delle loro aziende. Bisogna trovare un elemento di unione tra i nostri interessi di fare arte e cultura con gli interessi delle aziende, che devono essere prima di tutto contente loro e i loro azionisti.

Masha Sirago Restaurate anche l’immagine, allora! Non è una battuta, è una verità…

Valeria Merlini (Sorridendo compiaciuta) Bisogna assolutamente trovare dei contatti lasciando alle aziende di fare le aziende. Altrimenti ci confondiamo. Questa non è beneficenza. Noi dobbiamo incoraggiare le aziende a dare dei denari perché questo è utile a loro come immagine e a noi come organizzatori di eventi. Oltretutto si dovrebbe fare una politica che in Italia non si fa ancora – e non riesco a capire ancora perché – si dovrebbe fare finalmente questa legge che permette di detrarre dalle tasse i denari che vengono utilizzati per il bene pubblico, invece noi non abbiamo ancora nessuna forma di detrazione. E questa è una cosa terribile.

Masha Sirago Di quale artista e di quale epoca amerebbe organizzare un evento e perché?

Valeria Merlini     Io devo dire che sono sempre stata affascinata dalla pittura del Cinquecento. Devo dire che poi sono diventata per mia fortuna un’esperta del Seicento, e quest’incontro ripetuto con Caravaggio è una cosa che mi ha cambiato la vita. Devo dire però che tutta la pittura del Cinquecento mi ha sempre molto affascinata. Farei una mostra sul “Tondo Doni” di Michelangelo, un’opera che viene sempre tralasciata un po’…perché di Michelangelo si parla soprattutto della Sistina e della Pietà. Troppo poco si è fatto riferimento a quest’opera così spettacolare, che se gli storici avessero guardato con attenzione non avrebbero poi tanto parlato di Michelangelo dicendo che non era un colorista, che nella Cappella Sistina aveva fatto solo dipinti monocromi, non amava la pittura, non amava l’affresco…. C’è in quel dipinto tutto di Michelangelo, il senso della plasticità, della pittura ma anche della straordinaria eleganza cromatica. E’ veramente un dipinto straordinario della pittura Cinquecento. Ci sono tanti artisti del Cinquecento, direi questo tra i più noti, in Italia abbiamo veramente moltissimo.

Masha Sirago Quale è il motivo, assoluto e irrinunciabile, che la sostiene in questa sua avventura con l’arte?

Valeria Merlini Il rapporto fisico con un’opera d’arte è una cosa per me irrinunciabile. Noi lavoriamo un po’ come dei medici, ci occupiamo della salute di un dipinto e lo dobbiamo fare cercando di sopprimere al massimo il nostro senso artistico, la nostra vena artistica. Tutti i restauratori dopo un po’ hanno un contatto con la pittura, non possono rinunciare a provare a dipingere, a fare, perché il contatto che noi abbiamo tutto il giorno con le opere, questa osservazione perenne della stesura delle pennellate, alla fine diventa un fatto irrinunciabile. E forse chi si avvicina a questo mestiere lo fa perché ha un senso artistico, all’interno del proprio dna. Il restauratore è un mestiere che bisogna fare sapendosi mettere da parte sempre, perché quello che noi dobbiamo dare è la possibilità al dipinto di esprimersi. Ci dev’essere il meno possibile di intervento visibile fatto da un restauratore. Noi dobbiamo cercare di restituire a un’opera d’arte che ha vissuto nel tempo, quindi magari è danneggiata, anche solo da passare degli anni la possibilità di vivere nel miglior modo possibile, di essere apprezzata nel miglior modo possibile, di essere letta nel modo più vicina possibile a com’era stata ragionata e pensata dal suo autore. Questo vuol dire che dobbiamo lavorare molto alla conservazione della materia cercando sempre di fare un passo indietro. Tutti i restauri più belli sono quelli che non si vedono.

Masha Sirago Cosa c’è dentro al cuore amante dell’arte di Valeria Merlini che ancora non si sa o non si conosce?

Valeria Merlini Di me? Mah! No lo so…io do un’immagine di me sempre molto efficiente, che un po’ mi permette di fare le cose ma che poi non produce molto della mia personalità. Ma non perché io non sia efficiente, ma perché quello non è il mio punto d’arrivo, nel senso che quello che io vorrei è che le persone condividessero con me….ci sono delle volte che uno passa davanti a un dipinto e ti vengono le lacrime agli occhi. Allora quello che ti rimane, ti si accorcia il fiato. Allora quel tipo di rapporto con un’opera d’arte è una cosa che difficilmente poi si riesce a tradurre in un lavoro così fortemente organizzativo che richiede molta attenzione, e molta attenzione verso il pubblico. Quando vengono qui migliaia di persone al giorno sono molti gli aspetti che vanno curati. Noi ne vediamo molte, ogni persona che entra viene per 10 minuti e noi dedichiamo quei 10 minuti ogni giorno a ogni persona, e quei 10 minuti sono i suoi 10 minuti che vanno vissuti nella tranquillità che merita. Però è poi molto difficile trovare il tempo, il modo e lo spazio per condividere questa enorme ricchezza che l’arte ci dà. Cerchiamo di mettere il pubblico in contatto con le opere nella maniera meno asettica possibile, meno standardizzata possibile, meno seriale possibile malgrado noi ripetiamo continuamente le stesse spiegazioni. Sento che queste sono anche delle cose che si imparano e si insegnano ma che uno, però, le ha già anche dentro di sé…

Masha Sirago Lei ha questo dentro di sé, che è molto forte e che lei trasmette attraverso l’impegno che ci mette in quello che ha detto e in quello che fa attraverso le mostre e le esposizioni. Lei ritiene che l’arte può avere effetti di cambiamento sulla politica?

Valeria Merlini L’arte può fare dei cambiamenti su tutto, è la politica che si disinteressa dell’arte.

 

 

Note sull’autore

Valeria Merlini, curatrice della mostra “George de La Tour a Milano, nasce come restauratrice e formazione. Appassionata dell’arte a tutto tondo ma soprattutto del Cinquecento, e realizzatosi attraverso il Seicento, ha ideato, progettato e realizzato insieme alla collega Daniela Storti alcuni eventi negli ultimi quattro anni nella prestigiosa cornice di Palazzo Marino, in collaborazione con Eni: il “San Giovanni Battista” di Leonardo , la “Conversione di Saulo” di Caravaggio, la “Donna allo specchio” di Tiziano Vecellio.
Ha curato l’importante restauro della “Madonna dei Pellegrini” nella Chiesa di Sant’Agostino a Roma alla fine del 1999 per l’anno del Giubileo 2000. Ha lavorato per varie gallerie a Roma, in Italia e all’estero. Napoli.

George de La Tour a Milano “L’adorazione dei pastori” e “San Giuseppe falegname” di George de La Tour Milano, Palazzo Marino dal 26 novembre 2011 all’8 gennaio 2012 ingresso libero

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