I fiori metallici e gli antidoti per vivere in città


Serena Rossi

 

 

Da qualche anno faccio installazioni, che chiamo “fiori metallici”. Stoffe colorate e pezzi metallici, poi cucio e incollo perle di ceramica, pietre dure e altri piccoli pendagli simbolici.

L’apposizione di piccoli oggetti per adornare le mie nuove “creature” è per ricordare i cuori votivi che si trovano nelle piccole chiese di campagna, o comunque, nelle chiese dove sono affissi  meravigliosi cuori argentati, a omaggio dei nostri santi. Adoro le tradizioni antiche e i riti che la chiesa persegue anche oggi. Mi ha fatto molto felice leggere che anche Mina, la cantante che seguo e ascolto da sempre, colleziona nella sua casa, questi cuori votivi.

L’arricchimento e impreziosimento che apportano i miei fiori, sono anche un omaggio a qualche piccolo tatuaggio, che feci a 17 anni. Mi piaceva l’idea, che questi fiori crescessero con me.

A differenza dei quadri, dove cerco l’immediatezza, l’inaspettato, la casualità, questi fiori entrano nell’installazione con il tempo, li scelgo con cura.

Quando li guardo, i fiori, sembrano corpi che chiedono modifiche. Colloquiano con me sull’aspetto nuovo che vorrebbero assumere. E così intervengo. A volte si addolciscono, altre volte assumono ruoli più decisi, aspetti noir e dark, che nemmno era mia intenzione dare loro.

Questi fiori, frutto della creatività, della manualità, sono creature dolci e silenziose che esistono nella loro dura e graffiante bellezza. A volte orchidee fragili dalle foglie carnose, a volte fiori carnivori che tutto vorrebbero trasformare e digerire, pur rimanendo fiori e quindi dolci e teneri, nella bellezza dei loro colori. Sembra quasi abbiano sviluppato un aspetto rassicurante per chi li ama e minaccioso per chi può essere fonte di problemi.

I fiori metallici si mimetizzano nell’ambiente, si adattano, come anche i fiori che crescono in città e che spuntano dai marciapiedi. Queste creature essendo nate in una città grigia come Milano, sono incorniciate in un aspetto tutt’altro che naturale e rassicurante. Milano, è il grigio di una città frenetica e quasi priva di spazi aperti, dove l’aria è quasi sempre troppo inquinata per consentire al cittadino sempre preso dalla fretta, di odorare  profumi tenui e persistenti dei fiori appena sbocciati.

I fiori che faccio non hanno profumo, ma sono creature che si muovono da sole, grazie alle parti metalliche che aggiungo loro, come bracci o lancette di orologi scollegati.

Le lancette sembrano distanze temporali, quindi, non misurabili in metri o in centimetri.

Guardando questi fiori, sembra accorgersi che il tempo è ciò che ci occorre e che giova al nostro spirito.

Questi fiori hanno gli antidoti per riuscire a vivere in quest’aria troppo inquinata. Chissà se guardandoli, noi che siamo costretti a respirarla e a adattarci alla frenesia della vita delle città, riusciamo a vivere meglio e soprattutto a apprezzare la bellezza?

Cosa c’è nel mondo di più bello di un fiore colorato, delicato e profumato?

Certo, i miei fiori non sono “reali”, ma forse, anche se li avessi riprodotti realisticamente, sarei riuscita a trasmette quell’attimo di magia e di bellezza? La risposta che io propongo a chi guarda, è no.

Cerco di adattarmi alla mia città, alla mia casa dalla struttura moderna e di architettura industriale.  A volte mi sembra addirittura di ascoltare i poveri fiori di città, sparuti e quasi appesi ai muri della solitudine, dove invece dei profumi vivono odori sgradevoli, lasciati da chi non avendo casa e abitando alla stazione Garibaldi, li confonde forse per ciò che precede il senso della “fontana” di Duchamps.

I fiori mi hanno sempre affascinata. La mia prima personale fu dedicata interamente ai fiori di Bach, nel 2003, a Milano, rimedio naturale per vari disagi.

Mi ero appena laureata in farmacia, quando chiaramente avevo capito, che l’arte non l’avrei mai abbandonata. Cercai di combinare le due cose. Approfondii lo studio dei fiori di Bach e per ognuno di essi preparai un lavoro con lamine metalliche, strappate e apposte sopra a cassette colorate. All’inaugurazione della mostra offrii fiori in gocce, agli intervenuti. A chi preferiva questa o quell’opera, corrispondevano le gocce del rimedio di Bach.

Negli anni scoprii che il lavoro di farmacista lasciava poco spazio all’arte, all’immaginazione e a quello stato di grazia che ti lasciano le attività che ami.

L’arte si integra oggi con l’insegnamento, trovando al contempo, con i ragazzi della scuola, uno scambio proficuo per i miei lavori. Mi danno tanti spunti. Per esempio, ascoltando le canzoni di uno studente che fa rap, e dice spesso parole irripetibili e poco costruttive, ho notato che anche nelle sue canzoni ci sono fiori nel cemento.

Ha un viso ancora bambino e una voce da uomo. Esprime disagio nei suoi versi strillati e le sue canzoni riportano un grido di aiuto. Anche a me sembra di avvertire questa senzazione, quando giro per le strade della grigia città, oppure quando le alunne che vengono da culture lontane, raccontano di volere come primi fidanzatini i ragazzi del loro paese, perché gli adolescenti milanesi sono troppo veloci nel consumare i loro amori. Raccontano di storie che durano pochi giorni.

Mi fa soffrire acquistare fiori recisi. Mi sembra di tenere in casa cadaveri, fiori morti. Odio l’odore di morte che lasciano nell’acqua dei vasi. Quell’odore mi ricorda le domeniche mattina, quando ero bambina e il papà mi portava al cimitero monumentale, alla cappella di famiglia. Mi piaceva camminare sulla ghiaia dei piccoli viottoli ed osservare affascinata le splendide sculture, ma il freddo e l’umido di quelle giornate autunnali mi riportava immediatamente dov’ero, in un luogo di morte e tutta la bellezza svaniva e aspettavo con impazienza, il ritorno in automobile.

I metallicflowers sono creature nate anche dalla lettura. Evocano i fiori del male di Baudelaire, artista e poeta che ho sempre amato, come amo Parigi, città di cui lui parlava e narrava. Ogni anno devo passarci qualche tempo, altrimenti ossessivamente ci vivo nei sogni, la notte.

La bellezza è incredibile, mi sembra quasi di ritrovarla in ogni abitudine parigina, come la baguette sotto il braccio o le piccole uscite della metropolitana, che come vecchie ghigliottine ti concedono l’uscita, ma affettandoti il cappotto che ti accompagna.

Quando guardo queste piccole e amate installazioni, mi sembra di ascoltare le strofe di una serenata di Jovannotti, mi sentivo coccolata dal verso… “sei un fiore che è cresciuto sull’asfalto e sul cemento”.

 

 

Note sull’autore
Serena Rossi nasce il 6 marzo 1972 a Milano dove vive e lavora. Nel 1999 termina il corso di laurea in farmacia all’Università Statale di Milano con specializzazione in tossicologia. Parallelamente fin da bambina usa la pittura e la fotografia come mezzi espressivi per comunicare le proprie emozioni. Nel 1991 segue il corso di fotografia organizzato dal Centro Filologico di Milano e nel 1992 segue il corso di pittura ad olio organizzato dal Comune di Milano. L’anno successivo segue con interesse il corso di scultura in creta sempre organizzato dal Comune di Milano. Autodidatta, in parte, Serena studia le forme della natura e soprattutto le luci e le ombre con riflessioni di colori che portano i suoi lavori ad essere vere e proprie manifestazioni espressioniste e coloristiche. Durante il periodo universitario, oltre a svolgere numerosi lavori, inizia a viaggiare, visitando paesi lontani come Indonesia, Vietnam, U.S.A. Appena laureata nel 1999 si dedica totalmente per un semestre alla pittura, frequentando l’Atelier di via Pistrucci 23 a Milano. Negli anni successivi frequenta scuole d’arte milanesi come la Scuola del Castello per la pittura e la scuola degli Orefici, di Brera. Nel 2010 frequenta un corso di incisione alla fondazione Arnaldo Pomodoro a Milano, e si appassiona alle tecniche incisorie e di stampa. Continuando ad approfondire la sua ricerca artistica partecipa a varie esposizioni in Italia e all’estero.
Dal 2004 l’Artista partecipa attivamente a progetti di mail art italiani ed internazionali tra gli Artisti con cui ha collaborato: Dale Copeland, Susan Lehman, Tiziana Baracchi, Ryosuke Cohen, Nadia Poltosi, Laurie Ljubojevic, Miguel Jimenez el taller de Zenon, Wilhelm Schramm, Carlos Botana, Aristotelis Traintis, Massimo Nicotra e Grandinetti.
Hanno scritto di Lei: Mario Borgese, Ludovico Calchi Novati, Maria Rosa Pividori, Anna Epis, Cinzia Bollino Bossi, Beppe Palomba e Vera Maria Carminati.

Sito: http://serenarossiartecontemporanea.oneminutesite.it

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