La provocazione del colore e l’endiadi bianco e nero

Giulia Cabianca

 

 

Il bianco e nero più che un endiadi sembra un cubo di Rubik monocromatico e perciò doppiamente enigmatico. Come risolverlo? Cos’ha che lo rende così magnetico?

Nell’arte il bianco e il nero, sono colori-non colori, a volte tollerati, altre ossessivamente studiati. Hanno la capacità di contenere tra loro l’intero universo, come l’alfa e l’omega. Sono gli eccessi di uno stesso mondo.

La fisica ci insegna che il bianco è la sintesi dell’intero spettro magnetico, l’unione di tutti i colori, il nero invece l’assenza di questi. Per i pittori è vero il contrario: non si riuscirebbe mai a raggiungere un bianco mescolando le varie tinte. Non ha importanza chi ha ragione. Ciò che è certo è che non si sa bene cosa fiorisce nel mezzo. Ovvero, nel mezzo c’è il grigio, l’indefinito per eccellenza, oppure l’alveo scoppiettante di tutti i cangianti colori?

Il bianco e il nero corrispondono alla schematizzazione cromatica delle prime domande che l’uomo si è posto. La simbologia su questi due colori è immensa.

Kandinskij, identificando i colori con la musica, definiva il bianco un “nulla giovane” che agisce sull’anima come un grande silenzio: una sorta di grande pausa musicale. Un bianco ricco di possibilità, come quello che precede la nascita ovvero come un foglio non ancora scritto. Il nero invece è “la pausa conclusiva”, un nulla senza nessuna possibilità.

Il bianco e il nero sono quindi due nulla, il bianco è il nulla iniziale e il nero quello finale.

C’è chi direbbe invece che è il buio, che genera e partorisce la vita, invertendo così la cronologia dei due. Ad esempio Jung scrisse: “Il nero è il colore delle origini, degli inizi, degli occultamenti nella loro fase germinale, precedente l’esplosione luminosa della nascita”.

Il bianco e nero non garbano proprio a tutti. C’è chi l’associa alla tristezza, alla malinconia, e, diciamocelo, a volte di malinconia ce n’è anche troppa.

Gli impressionisti (escluso Manet per i più pignoli) ad esempio avevano eliminato il bianco e il nero dalla tavolozza dei loro colori. Scelte.

Si potrebbero bandire il bianco e il nero? Come fecero gli impressionisti?

Sarebbe triste per le amanti dell’optical anni 60 e per le aspiranti Amy Winehouse. Gioirebbero come in un color-pride i clown, facendo le linguacce ai poveri Pierrot. Ogni individuo reagirebbe in base alle esperienze del proprio retaggio culturale.

E per i cari amati fotografi? Il bianco e il nero è la forma più sublime della fotografia. L’occhio umano coglie la luce e i colori, eliminando questi, rimane la struttura portante delle immagini, cioè la loro forma. All’interno della forma solo la luce. L’essenza della fotografia.

Come non rimanere estasiati di fronte ad un primo piano o ad un paesaggio in bianco e nero, se scattato ad arte? L’impressione potrebbe essere quella di due entità l’una bianca, l’altra nera che litigano e si feriscono. E il sangue, di diverse sfumature grigie, non può che avvicinarli in una eterna danza ancestrale che crea la fotografia finita.

Molti grandissimi fotografi prediligono il bianco e nero, da Henri Cartier Bresson a Berengo Gardin, da Ansel Adams a Scianna. Quest’ultimo ad esempio ci dice: “le mie immagini son costruite a partire dalla struttura dell’ombra, sono cresciuto camminando lì dove c’era l’ombra e vedendo il mondo in questi forti drammatici contrasti“.

Per la fotografia è stata una scelta obbligata inizialmente. Come il cinema e la televisione agli albori, non poteva che essere monocromatica. Ovviamente c’è stato chi attendeva intrepido l’avvento del colore. Possibilità nuove di rappresentare la realtà vera.

“Scoppia un nuovo problema nel mondo: si chiama colore. Si chiama colore, la nuova estensione del mondo”. E’ l’incipit de “La rabbia” il film di Pasolini presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2008 da Giuseppe Bertolucci. “L’unico colore è il colore dell’uomo” recita Pasolini stesso, critico e polemico verso i conflitti sociali e politici del mondo a lui contemporaneo.

E come in una profezia il colore ha colonizzato un po’ ovunque.

Eppure c’è chi sceglie il monocolore controcorrente. Al festival del cinema di Cannes, quest’anno, ha ottenuto ben 13 minuti di applausi e pareri favorevoli dalla critica un film in bianco e nero e per di più muto! S’intitola “The Artist” del regista parigino Michel Hazanavicius, che sapeva di rischiare molto ma, a quanto pare, ha vinto la scommessa.

Alcuni registi hanno pure tentato di andare oltre. Si potrebbe dire che abbiano rotto la barriera del colore per tornare ad un bianco e nero rivisitato riallacciandosi ad un’altra arte, di cui non si è ancora parlato: il fumetto.

L’accoppiata Frank Miller-Robert Rodrìguez è stata una delle più azzeccate del decennio. Ma il film può solo avvicinarsi alla forza visiva delle tavole di Miller. Spietate, taglienti, accattivanti. Il contrasto tra i due colori è sfruttato splendidamente. Le gocce di rosso che spuntano quà e là, rafforzano l’aura maligna di Basin City, o meglio Sin City. Come nelle raffigurazioni infernali di Goya, il rosso accanto al nero si accende. E lo aveva compreso anche Henri Matisse a suo tempo, che il nero è una “force” che intensifica i colori adiacenti.

Il bianco e il nero nel cinema, non è solo cinema IN bianco e nero. E’ anche cinema DEL bianco e DEL nero. Che dire di “Gatto Nero Gatto Bianco” di Emir Kusturica? Titolo ispirato alle superstizioni dei gitani, alla sfortuna e alla fortuna, cui loro molto credono, intrecciate insieme? E del secondo della trilogia del polacco Krzysztof Kieslowsky “Film Bianco”? Con “Trois couleurs” Kieslowsky vuol rappresentare i tre colori e i relativi significati della bandiera francese. In questo caso: l’egalitè. O di “Nerosubianco” di Tinto Brass? Con un Anita Sanders che accompagnando il marito a Londra per lavoro, scopre i piaceri del sesso tra le braccia di un nero, tornando poi soddisfatta dal compagno.

Evidentemente di bianchi e di neri ce ne sono di tutte le categorie. Forse per capire l’arcano bisogna cambiare prospettiva. Tenere a mente che una pausa finale può divenire quella iniziale di una realtà nuova. Ricordarsi che le migliori foto in bianco e nero sono scattate con filtri colorati. Oppure invertire l’endiadi, vederla al negativo, come i francesi, che dicono Noir et Blanc, o più semplicemente gli anglosassoni. Forse così si comprende la chiave per sognare (quasi) sempre a colori.

L’articolo è stato pubblicato sulla rivista Ochiaperti.net

 

 

Note sull’autore

Nata nella terraferma veneziana, consegue gli studi classici per intraprendere l’esperienza universitaria. Studia presso la facoltà di Giurisprudenza. Si interessa di arte. Occasionalmente e volentieri frequenta mostre, performance teatrali, musicali e di danza, incontri letterari… Poi scrive. E’ anche autrice d’interviste, in particolare ai personaggi dell’arte, così può ascoltare la peculiarità delle loro vite e poi snodarle, ricomporle e ri-raccontarle e incominciare a leggerle. Scrive sulla rivista Occhiaperti.net

Sito: http://giuliacabianca.wordpress.com
Mail: giulia.cabianca@gmail.com

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