Il respiro delle cose infinite

Luciano Boccardini

 

 

Quando alzai gli occchi per la mia solita fuga immaginaria verso il cielo, fui folgorato dall’azzurro intenso, con delle leggere velature bianche che si spostavano repentinamente. Pareva la prima volta che guardassi davvero il cielo.

Il ricordo di quegli attimi sarà sempre con me, indelebile, e mi guiderà lungo tutto il mio percorso artistico.

Nel corso di una mostra a una galleria di Jesi (Ancona) conobbi il professor Armando Ginesi, il quale mi propose di partecipare al premio internazionale dello sport a Barcellona.

Io mi presentai con due quadri e inaspettatamente ebbi successo con entrambi: vinsi il premio speciale con il quadro “Il cesto” (che attualmente si trova presso il palazzo dello sport di Barcellona), mentre l’altro quadro intitolato “I vincitori” venne acquistato dal Museo di Arte Contemporanea di Madrid.

Tornando a quei tempi, successe che venni contattato da alcuni mercanti d’arte e da galleristi italiani: le offerte erano allettanti, ma si basavano sulla quantità e molto poco sulla qualità della produzione artistica che mi si richiedeva. I soldi ci sarebbero stati, ma avrei dovuto lavorare tantissimo, alla pari di uno schiavo, perché avrei dovuto produrre sugli 80-100 quadri al mese. Sarei forse divenuto milionario, ma ne valeva la pena? Avevo degli esempi degli altri pittori che per guadagnare si sono perduti nel ripetere gli stessi quadri.

Sapevo di essere bravo a dipingere, sapevo di eseguire perfettamente visi, nature morte, fiori, ma era solo questo l’arte? L’artista vero non deve solo essere bravo, non basta saper eseguire un bel disegno o saper usare i colori. Forse la gente vuole il quadro che possa ornare la parete di una sala da pranzo, ed è contenta perché, come ornamento, è alla pari di un bel mobile o un grazioso tappeto. Ma è arte questa, mi chiedevo, e io sono un artista?

Bisogna capire che cos’è l’artista, perché a volte si fa confusione. In molti pensano che “artista” significhi saper cantare, saper dipingere, saper scrivere, etc. Tutto questo, a mio avviso, è vero solo in parte, perché un artista deve essere anzitutto libero di cercare, di sperimentare ed essere consapevole della motivazione della sua ricerca. Poi deve avere creatività e sapere anche anticipare il futuro, senza seguire le mode del momento.

Vivere d’artista significa per me continuare a cercare nella disciplina che ciascuno pensa essere fondamentale per la sua vita. Ma farlo onestamente, con umiltà, senza lasciarsi prendere dalla tentazione e dalla mania del successo. L’artista deve inventare e creare, non basta essere bravo.

A che serve un bel paesaggio dipinto bene, ma che non trasmette nessuna emozione?

Negli anni ’80 ho lavorato come un pazzo: ho dipinto centinaia di quadri, trovando nel frattempo l’ostilità di molti critici e di altrettanti clienti che non riconoscevano più la mia pittura precedente e perciò mi rifiutavano. Ma sono andato avanti, dovevo e sapevo che la via giusta era quella. Ho cominciato a lavorare con stracci, chiodi, carta vetrata per creare degli effetti che rispondevano alle mie esigenze. Ho scoperto che si possono fare dei discorsi interessanti alla ricerca di nuovi orizzonti e ho creato o almeno ho iniziato a crearmi un mio mondo.

Cambiai di nuovo, ero tornato a un surrealismo più reale, legato alle forme non astratte. Inoltre, e questa è stata la mia svolta, volevo uscire dai canoni classici del dipingere: addio al pennello, addio alle velature e alla pittura laccata, pulita e liscia. Volevo entrare dentro la pittura, volevo che il quadro si presentasse scavato, volevo graffiarlo, bucarlo, sentirlo mio, volevo assaporare la materia debordante, il soggetto dipinto, libero e casuale, ma legato a ricordi, per così dire, accidentali.

Ho iniziato questa nuova fase, che non so fino a quando durerà, proprio per la volontà di rendere ancora più complessa e più traumatica la conoscenza del reale. Sto sperimentando l’uso di acqua ragia, acidi e altre cose per creare nuovi effetti visivi che indicano allo spettatore questa sensazione tangibile di liquefazione generale. Liquefazione di identità, di stabilità, di senso.

Io mi ribello e devo sfogarmi con la pittura, denuncio gli azzeccagarbugli e gli arrivisti, dipingo il bestiario disperato e crudele di Esopo e Fedro, ma non sono votato alla definitiva sconfitta, con la mia fantasia, con i miei graffi, con i miei colori, con lo scavare il quadro, cerco di abbattere (non di ignorare) il crudo realismo della cronaca e di aprire il cuore alla speranza.

 

Brani tratti da una intervista del professor Claudio Brancaleoni al maestro Luciano Boccardini, edita nel libro “Boccardini a tutto tondo” della casa editrice Aguaplano

 

 

Note sull’autore

Luciano Boccardini è nato a Roma. Maestro d’arte, dopo essersi formato nell’ambiente romano, vive in Umbria a Pierantonio di Umbertide (dove ha lo studio). Insofferente verso qualsiasi tipo di rigido ingabbiamento in tendenze e correnti artistiche, ha intrapreso la sua personale via di ricerca artistica che lo ha indotto a proporre, nel corso di più di trent’anni di intensa attività, diverse forme e stili che spaziano dal figurativo all’astratto, attraverso l’iperrealismo e la geometria materica delle forme e dei colori. Sue opere si trovano presso la Galleria d’arte contemporanea di Madrid, la Galleria d’arte Moderna di Stoccarda, La Modern art Gallery di New York, il museo di arte moderna di Roma, il Museo di arte contemporanea di Mosca. L’ultima sua esposizione dal titolo  “Yo no busco, yo encuentro”, si è svolta dal 27/03 al 30/04 del 2009 alla X Biennale dell’Avana a Cuba. Agli inizi di dicembre verrà inaugurato il Museo della fondazione Boccardini.

Museo della Fondazione Boccardini, Ferriera di Torgiano 52, Perugia.
Sito della Fondazione: http://fondazione.boccardini.it

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