La signora delle fotocopie, la cattedrale e il dio del duomo

Terry May

 

 

La signora che mi fa le fotocopie è molto gentile e segue bene i miei percorsi. Ho ingrandito un piccolo dettaglio, formato francobollo, del duomo, fino a un 60×80 ed è stata proprio la signora delle fotocopie ad illuminarmi: “Se la facciamo ancora più grande, l’immagine la perdiamo”.

Ha detto così, più o meno. Quindi sono tornata a casa, dopo esser passata sotto il duomo con la fotocopiona sotto braccio e una volta a casa, l’ho srotolata e ho capito qualcosa… Ma cosa?.. E su e giù, in stile Tenente Colombo, e guardavo l’immagine ed era incredibilmente non definita… altri e altri passaggi ancora e si sarebbe persa.

Pertanto ne ho dedotto che se ingrandisco molto le cose, le stesse cose, non le ho più.

Deduzione logica. Logica fino ad un certo punto: perché è perdendo il senso della cosa in sé, della cattedrale così come si è abituati a vederla, che quell’atmosfera diviene non più materica; è come se fosse formata da tanti piccoli punti, e il punto è per eccellenza, astrazione. E’ certa l’astrazione del certo punto. Vallo a prendere il certo punto.

La frase della signora mi ha anche fatto pensare che sarebbe bello, per non perdere niente, vedere le cose della loro misura. Filosofa la signora!

Ma tanto tra qualche anno, magari passeggiando qua e là, troverei tutte le cose ingrandite che ho perso. Le incontrerei sui marciapiedi, come fossero puttane per strada …

E’ che tendo a mitizzare, forse per avere quella compagnia divina, olimpica, che mi manca e qui, sulla terra, mica è facile da trovare. Allora vado giù di testa e di fotocopie e ingrandimenti.

Ingrandisco le cose fino a perderle e non me ne frega più. Le troverò ancora e le vedrò grandi ancora, o ridimensionate.

Sfido l’umano. Che si perda l’umano. Se regge alle fotocopie e ai miei toni e rimane, ed è originale, bene, è un dio, altrimenti amen, e sta con la propria replichevole natura.

Intanto che il divino è replicabile dalle macchine fotocopiatrici, ho in mente un artista ossessionato da qualcosa. Lui è Monet, Claude Monet. E ho in mente le sue cattedrali che vogliono la luce. E se la prendono. E poi ancora le sue ninfee. Vogliono l’acqua e se la prendono.

A pensarci pure Morandi: non ne esce dalle sue bottiglie. Sono sue e può farne quel che vuole.

Loro non lo fanno per dare un’impronta di riconoscibilità alla propria ricerca (cosa altro cercherebbero?) ma perché gli tira così. E così, loro per me sono artisti. Quelli che invece si ripetono per denaro, loro no, non sono artisti, piuttosto, sono puttane e se la possono andare a prendere in culo.

Intanto io che sono malata, me lo ha detto il dottore, ho da continuare così… a modo mio. Portatrice sana di pittura. E’ nel sangue. “Attenta May che ti s’inculano ‘sti froci”, non sono state le sue testuali parole, ma questo è il significato tradotto nel mio pensiero.

Pertanto dipingo. E cosa dipingo? Il duomo, sede sensoriale del mio dio – oh my god! – l’ho fotocopiato in piccolo formato e ci passeggio intorno, come faccio spesso, e ci passeggio con i colori. Stessa immagine, stesso duomo, e il colore invece, ogni volta differente, anche di mezzo tono, ma sempre differente.

Come se il colore venisse buttato fuori dal duomo, tante piccole pennellate e il colore, da che è dentro il duomo, ne esce fuori, se ne va la spiritualità e si riversa per le strade, che delle strade non hanno traccia: è tutto colore.

Il duomo è un insieme di punti. In bianco e nero. Effetto di una fotocopia. Come se si togliesse l’anima da dentro: ogni punto che lo forma ne amplifica l’astrazione.

Come se nel colore ci fosse l’anima.

E allora ogni volta lo prendo questo dio qui, muta la percezione del tempo e dei suoi colori e li tiene a sé e li rimbalza, li estrae da sé, e s’espandono intorno, nella piazza e nei suoi dintorni; e permane nell’immagine, che è spaziale.

Si capisce che è la cattedrale di Ferrara e si capisce che Ferrara è spaziale. E bella.

Quasi una cattedrale strabella, in un mondo (intero deserto d’anime) che va, di buon grado, a farsi fottere.

 

 

Note sull’autore

Sono stata concepita senza che immaginassero come sarei divenuta. Non lo sapevo neppure io in effetti. Mio padre mi diceva spesso che nella vita bisognava essere qualcuno… non mi ha mai detto chi, però. Qualcuno è già tanto da sapere. Così, ad un certo punto, mi sono data un nome e un cognome differente da quello che mi avevano messo loro, e ho iniziato ad essere qualcuno, qualcuno non a caso, ma proprio io. Lui di lavoro faceva il benzinaio. E anche il gommista. Curioso che abbia utilizzato tante camere d’aria nelle mie opere, sulle cornici, per dare e avere, il concetto di aria. Curioso che utilizzi dei materiali che erano lì sedimentati nella memoria e nell’infanzia. Evidentemente adesso non fanno più le cose buone di una volta. Mia madre ha cercato in tutte le maniere di trasmettermi la sua forte passione per il ricamo. Voleva fare di me una donna coi contro coglioni, a livello di femminilità (molto esotica però la femminilità coi contro coglioni!). Io ero propensa a fare altre cose e il ricamo lo vedevo come una costrizione, una cosa da femmina e da corredo, più che i contro coglioni, a me venivano du’ coglioni a ricamare, così ho smesso optando per lo studio forte e cercando per me una femminilità senza palle varie. Adesso, mentre sosto dalle parti del “dio del duomo” mi è stato chiesto un lavoro sulla quotidianità e lo zen. Sette piccoli dipinti a illustrare la manutenzione dei giorni. Mica lo so. A me son venute fuori ‘ste robe che pensavo mica di avere, merletti e stoffe, mosaici… robe molto femminili davvero, robe quotidiane e casalinghe, da poveri forse… elementi che occupano parte del quotidiano senza esserne ingombranti, molto delicati e silenti.

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