Fra arte e mercato


Luigia Rinaldi

 

 

Andrè Malraux affermava nel suo “Esquisse d’une psychologie du cinéma” che “il cinema è un’arte, ma è anche un’industria”(1) e coglieva di sorpresa gli intellettuali del suo tempo, che ritenevano l’artista, creatore indipendente da qualsiasi logica industriale. Parafrasando l’affermazione di Malraux possiamo dire che in questo momento “l’arte è arte, ma soprattutto è un’industria”. Negare qualsiasi rapporto tra estetica e logica industriale, come si è fatto all’inizio del secolo precedente, è ora definitivamente superato.

Verso il 1980 il ministro della cultura Jack Lang, aveva conciliato i due termini della antinomia, dichiarando “Economia e cultura, stessa battaglia!”, quando già dal primo decennio del novecento, la produzione cinematografica holliwoodiana era già un’industria, e l’arte del cinema aveva raggiunto uno stretto connubio con una programmazione industriale.

Walter Benjamin nel suo libro “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” ha intuito l’evoluzione dei rapporti tra cultura e tecnica, tra cultura e industria, tra arte e programmazione di mercato. I miei primi lavori, fotomontaggi di rocce su tela sensibile, rispondevano all’esperienza della riproducibilità e quindi a una programmazione industriale del fare artistico. Ma nel rapporto con il mercato, il risvolto avrebbe dovuto essere il calo del prezzo dell’opera singola. Questo non è avvenuto, l’ideologia di un consumo di massa dell’opera d’arte non si è realizzata o forse non si è nemmeno mai programmata, nonostante le potenzialità insite in queste nuove tecnologie. Un mercato dell’arte fittizio e arrogante si è opposto a qualsiasi tentativo in questo senso, fino a divenire l’agente assoluto, che determina le scelte delle tecniche e dei modi di proporsi dell’arte dominante.

Achille Bonito Oliva, in una sua lezione all’Accademia Artistica di Torino, aveva fatto notare come la caduta della borsa in America, a seguito della tragedia delle due torri, aveva fatto crollare sul mercato la dominanza dell’arte nordamericana, lasciando così spazio al linguaggio artistico di altre culture. La globalizzazione dell’arte lascia troppi cadaveri sul terreno. E’ utile il paragone con l’analisi di Stiglitz sui meccanismi dell’economia finanziaria mondiale (2).

Il processo della globalizzazione non è sbagliato, ma le sue regole finiscono per andare a vantaggio degli interessi dei paesi industrializzati più avanzati, eludendo e peggiorando i problemi dei paesi in via di sviluppo, come se gli interessi del profitto fossero più importanti delle necessità dell’uomo. Così a mio parere non può essere garantita l’autenticità dell’arte, divenuta monopolio del mercato, con le sue ideologie e regole, inevitabilmente perverse.

Un gallerista che osservava le riproduzioni dei miei lavori, mi ha rivolto una frase lapidaria “Sono quadri!”, sottintendendo che quindi non lo potevano interessare, dal momento che ora hanno più voce come prodotti artistici, la fotografia e le installazioni. Io usavo l’immagine fotografica su tela, decine di anni fa. Della pluralità dei linguaggi propria del fare artistico, ora viene censurata la tradizione. E’ buona pratica dipingere i bordi del telaio e non usare cornici, come anche appendere la tela senza telaio. Cancellare le caratteristiche del quadro, divengono attributi necessari all’espressione artistica, rispetto a una sua forza autentica di comunicazione.

L’oggetto d’arte, in realtà, non deve proprio comunicare. Le sue caratteristiche sono l’esclusività, la mancanza di compassione ed il carattere perverso. In queste particolarità, sarebbe la sua assoluta libertà, così dice Hal Foster citando Shapiro (3). Insomma la silloge è: “l’arte è industria, l’industria è mercato, il mercato è arte”.

Se in questo momento il tabù del mercato è il quadro, allora tornare al quadro sarebbe un modo per detronizzare il mercato lasciando libera l’arte dal canone attuale dello “spiazzamento” divenuto indice estetico ineludibile.

Se l’arte è segno del suo tempo, in quest’inizio di terzo millennio, dopo due guerre mondiali, i lager, i gulag, le attuali guerre di religione, di etnie, le manie di imperialismo, perchè non produrre un’arte utopica, che contenga in sè il seme dei valori che l’uomo non si stanca di cercare? Nel mio ambito produco un’arte ecologica, un movimento più allargato potrebbe produrre un’ecologia dell’arte. Per me l’arte è la realtà desiderata e non posseduta, la realtà ricostruita dal sogno e dalla fantasia. Non è estranea alla mia elaborazione tecnica, una scelta inconsapevole della sapienza tradizionale, contro i dettami del futurismo, affascinato dalla velocità, dalla distruzione della guerra, ma anche contro i dettami del Dada, affascinato dal “crimine” in arte, sulla scia della trasgressione e dal paradosso, che trasposto nella situazione reale, fa impazzire. Anche contro la logica distruttiva e perfida, determinanta nelle sette nere, così diffuse ai giorni nostri a Torino e in altre città d’Italia, e nel mondo. La ricerca sfrenata di potere, denaro, sesso, crea alleanze obbligate e ricattanti, che frantumano l’io occidentale, la vita di chi si ribella e la libertà democratica.

Il mio è un modo di fare arte, molto lontano dalle regole che generano buona parte dei prodotti artistici dominanti sul mercato attuale. Il libro del professor Julius “Trasgressione” (Mondadori, 2003) è illuminante a proposito. Il concetto di trasgressione indica come l’arte attuale si ispiri all’insulto delle tradizioni, delle culture (anche criticabili), del rapporto “prodotto artistico”-fruitore. Sulla scia di un estremo Dada, questo rapporto, giunge a legittimarsi come un “crimine”, anche nelle sensazioni sgradevoli e spiazzanti che produce. La conclusione del critico d’arte, molto rispettoso nella sua algida e analitica descrizione di questi prodotti artistici, evidenzia la contraddizione di un’arte trasgressiva che, essendo ormai largamente accettata, non trasgredisce più.

Torino, 2003

(1) A. Mattelart, Storia dell’utopia planetaria, Einaudi 2003
(2) Joseph E. Stiglitz, la globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi 2002
(3)Design end crime, pag. 43

 

Aggiornamento (settembre 2011)

 

Sull’andamento del mercato d’arte non vedo spiragli che liberino l’opera d’arte dalla dominanza negativa già espressa nel  2003. Anzi direi che il tutto si è esasperato e si può fare un confronto tra l’influenza della Borsa sull’economia e l’influenza della borsa d’arte sulla produzione artistica e sul pensiero del critico d’arte. Dal momento che mi era stato riferito che alcuni privilegiati riuscivano a sapere per tempo l’andamento della Borsa sulle relative proprie azioni, avevo dedotto che le manovre provocate da alcuni grossi speculatori davano adito a notevoli guadagni fittizi, a danno dell’economia generale.

Da questo avevo capito come la Borsa fosse una struttura usata “contro” l’economia.

Di recente sul Time è stata fatta la stessa ipotesi da parte di un giornalista competente in materia. Lo speculatore che moltiplica denaro in modo scollegato dalla necessità di rispondere ai bisogni dell’uomo è vicino al critico d’arte che celebra la necessità di produrre opere sgradevoli, spiazzanti, assolutamente nuove (che rifiutano la cultura della tradizione), opere d’arte che offrono un’esperienza solo traumatica. E’ necessario presentare un esempio di esperienza traumatica fornita dall’arte contemporanea: alla borsa d’arte inglese, di recente, l’opera formata da una testa di vitello con le corna dorate, messa in formaldeide, ha raggiunto all’asta un milione di sterline.

Nei secoli passati l’esperienza fatta su di un’opera d’arte, era per lo più un’esperienza estatica, cioè un’esperienza pacificatrice; l’esperienza traumatica che si riceve dall’arte attuale, è un’esperienza patologica, psicologicamente distruttiva, voluta dall’arte “crimine”, ancora in voga, come ha bene detto Julius sul suo saggio prima citato.

La scrittrice Carol Oates è certamente stata ispirata da queste teorie per giungere a scrivere sul suo triller Il doppio nodo “Immagino che ci sia un modo di interpretare quasi ogni cosa che facciamo come arte… definizione minimal di arte…” per giungere alla conclusione “il serial killer è un artista”. Mi sento in dovere di precisare che non sono d’accordo con queste definizioni di arte ed il possibile fascino che possono suscitare in questo momento in cui anche il sesso è un mito distruttivo, come ci racconta la cronaca nera ed il filosofo Sigmund Baumann. Secondo me, l’esperienza pacificatrice dell’arte, che vuole rispondere in modo positivo ai bisogni dell’uomo, è sempre un punto di riferimento importante.

Hannah Arendt ha scritto sulla banalità del male, inteso come distruzione della vita, insegnando che la supidità ispira la volontà di distruzione, togliendo così ogni fascino ai killer della storia.

 

 

Note sull’autore

Luigia Rinaldi, nata a Torino. Si è diplomata all’Accademia di Belle arti di Torino e laureata in pedagogia a seguito di un programma di psicologia sperimentale. Ha frequentato a Venezia corsi di fotografia tenuti da Saltzer e da Edgerton. L’indagine sul mezzo fotografico nell’elaborazione delle immagini si è sviluppata attraverso l’interesse per lo studio della percezione visiva e delle sue elaborazioni mentali. Questo interesse si è esplicato in una serie di studi svolti presso l’università di Torino con un tesi di laurea sulla percezione visiva nella lettura delle fotografie( relatore il prof.Dario Romano) e in alcune ricerche svolte con i prof. Angiola Massucco Costa e Carlo Arrigo Umiltà pubblicate sulla rivista “Psicologia e società” di Torino negli anni 1984-85-86. E’ artista e fotografa, dal 2000 produce pitture ad acrilico e si dichiara artista controtendenza. Cioè non accetta la dominanza del pensiero nichilista sulla produzione artistica e sulla borsa d’arte. Questo pensiero filosofico porta a rifiutare la tradizione nei contenuti artistici, cioè come dice la Vettese ” l’opera d’arte deve essere spiazzante, sgradevole, assolutamente nuova.” Ma se l’opera d’arte è assolutamente nuova è anche assolutamente vuota dal momento che tutta la nostra conoscenza è nel nostro passato( vedi il filosofo Almore). Nel 1998 Luigia Rinaldi ha pubblicato il libro di poesie “Tra il mito e il quotidiano” ed. Rangoni, Pioltello MI, presentato dal prof. Barberi Squarotti e dal critico d’arte Mirella Bandini per i disegni. Nel 1999 ha pubblicato il libro di poesie “Le mie radici” ed. d’arte fratelli Pozzo, Moncalieri, (TO). E’ stata insegnante di disegno e storia dell’arte in un liceo linguistico statale di Torino. Nel 2004 ha pubblicato la raccolta di poesie “Pothos” edizioni Noctua, Molfetta (BA). Nel 2006 ha pubblicato il libro di narrativa “Come l’acqua che scorre” Bonanno ed. Acireale Roma. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di poesie ” Eros” edizioni Noctua, Molfetta (BA). Hanno scritto sull’artista i seguenti critici d’arte: Mirella Bandini, Franco Torriani, Elisabetta Tolosano, Marisa Vescovo, Paolo Levi, Angelo Mistrangelo, Carla Bertone.

Studio dell’artista: v. Figlie dei militari 18 bis, Torino, 10131
tel.011\8399886 cell.3701189302
sito: http://www.luigiarinaldi.com
email: luigia.rinaldi@libero.it

Share Button