Il mercante d’arte

Vincenzo Guerrazzi

 

 

Le cose che sto per scrivere non avrei nemmeno voglia di dirle, perché mi ricordano le lunghe camminate che ho fatto per le strade di Milano e ho l’impressione di risentire ancora quel tremendo mal di piedi. Era la primavera di molti anni fa. Mi aggiravo per le vie della grande città alla ricerca di un mercante o di una gallerista che si interessasse a farmi fare una mostra per poter vendere così qualche quadro da sbarcare il lunario. Un mio amico, Paolo Volponi, esperto nel mercato dell’arte, mi disse: «Ho parlato dei tuoi quadri col cognato del pittore S.; ha una grande galleria ed è un mercante molto quotato; mi è sembrato molto interessato alla tua pittura. Vai a trovarlo e vedrai che quello risolverà i tuoi problemi».

Un piccolo uomo pensieroso con i baffi, con la fronte alta e calva e con il viso freddo, stava seduto dietro un tavolinetto nella sua galleria in Via Brera. Lo salutai e mi presentai. Nervosamente mi guardò fisso per un po’; poi disse: «Conosco i suoi quadri; so già quello che vuole, ma quello che vuole io non posso darglielo, a meno che … » s’interruppe e mi fissò ancora negli occhi. «Chi sono i critici che hanno scritto sui suoi quadri?» chiese. «Nessuno, eccetto Maurzio Fagiolo su L’Espresso» risposi pronto.

«Per esporre nella mia galleria si deve far scrivere un piccolo saggio da Raffaele Carrieri» disse. «Io non conosco Raffaele Carrieri. Come faccio ad andare a chiedere ad una persona che non conosco di scrivere sui miei quadri? Questo dovrebbe essere un suo compito. Lo chieda lei per me». Silenzio. Puntai lo sguardo verso il pavimento e rimuginai: un altro fiasco.

Il gallerista sollevò la testa e disse: «Sono tanto pensieroso e così afflitto. Io amo tre cose nella vita. Mi ascolta?» Dissi di sì abbassando la testa. Si passò la lingua sulle labbra spesse e mi chiese: «Lei sa perché amo tre cose?» «No, non lo so» risposi. Scrollò le spalle e disse ancora: «Amo le tre cose più belle della vita. La prima cosa è la pittura: per me la pittura è il sogno d’amore…».

‑ Questo è impazzito ‑ pensai, e abbozzai un mezzo sorrìso. «Di che cosa sorride?» chiese con voce nervosa. «Sorridevo di me» risposi. «Le dicevo che io amo tre cose» continuò «La pittura, le donne … ». S’incupì in viso e si zittì.

All’improvviso mi chiese: «Quanti coglioni ha?» Risi forte e non risposi. «Perché ride? Che gusto prova a ridere?» disse in modo brusco, quasi violento. «Mi scusi» mormorai imbarazzato. Mi chiese ancora: «Quanti coglioni ha?» Visto che continuavo a non rispondere cambiò discorso e disse: «Lei è venuto da me per chiedermi di farle fare una mostra: le chiedo quanti coglioni ha e non risponde, ma si può allora sapere che cosa è venuto a fare da me? Si può sapere?» ribadì con forza. «Io non voglio niente da lei e non sarei nemmeno venuto a trovarla se non fosse stato per quel mio amico che è anche suo amico» risposi e aggiunsi: «E’ tanto strano quello che mi chiede».

«Che cosa c’è di strano, che cosa le ho chiesto di tanto strano? Le ho chiesto quanti coglioni ha e questo lei lo trova strano? Ma sù, andiamo, non mi faccia ridere». Si alzò dalla sedia dov’era seduto e si mise a passeggiare per la galleria. Poi si fermò davanti a un quadro e l’osservò attentamente come se lo vedesse per la prima volta e scosse più volte la testa.

Dopo un po’ si girò  verso dì me e disse: «Milano è una città melanconica. E una città grande, ma morta. Si vuole dare l’aria d’essere viva, ma puzza già di cadavere». Si mise a passeggiare, parlava da solo, come se io non ci fossi. «Il mese scorso sono stato a Cuba» disse «Ho fatto una mostra laggiù di un grade pittore, mio cognato». Mi puntò gli occhi sul viso e mi chiese: «Lei conosce mio cognato? Conosce la sua pittura?»

«Non lo conosco, ma so che è un grande pittore» risposi. Il mercante mì lanciò un mezzo sorriso e disse ancora: «Da Cuba sono passato a Toronto per prendere accordi per un’altra mostra. Sono stato a visitare le cascate del Niagara e lì ho incontrato Umberto Eco». Fece una pausa e mi chiese: «Lei conosce Umberto Eco?»

«Solo di nome» risposi fiaccamente. «Dovrebbe conoscerlo di persona» e con veemenza aggiunse: «Pochi uomini sono intelligenti come Umberto Eco. Per me è stata una grande fortuna conoscerlo in un paese straniero. Che uomo! Certi uomini di fron­te a lui sembrano formiche». «Non lo so» risposi. «Lei non sa niente» gridò il gallerista. «Non conosce Carrierì, non conosce Eco, non conosce mio cognato … Conosce solo Volponi e così ha trovato la strada per venire a chiedermi una mostra. Almeno sa dirmi quanti coglioni ha»? «Quanti ce ne ha lei» risposi scazzato.

I suoi occhi si accesero come due lampade al tungsteno e con un filo dì voce rispose: «Perché ha detto quanto me? Ma allora anche lei ama i cavalli?» «Il ca­vallo è un animale che mì piace, è una bella bestia» dissi. «Lei l’ha cavalcato qualche volta?» mi chiese ancora. «No, non ho mai cavalcato un cavallo» risposi. Il mercante si risedette sulla sedia e si accoccolò la testa fra le mani. A mezza voce disse: «Io amo i cavalli, le donne e la pittura».

«Beato lei che se lo può permettere» risposi seccato e cercai l’uscì­ta per andarmene. «Ma non è venuto per chiedermi una mostra?» mi rin­corse. «Sì, son venuto per questo, ma lei mi parla di cavalli, di donne, di coglioni. Non so dove vuole arrivare, cosa mi vuole significare» risposi mentre mi avvicinavo all’uscita. Il gallerista abbozzò stancamente un gesto con la mano e disse: «Oh, caro amico, non voglio che lei se ne vada così, non voglio che lei si faccia una brutta opinione di me».

Parlava con voce stanca. Continuò: «Io amavo cavalcare… Poi un giorno il mio cavallo è impazzito e mi scaraventò per terra». Fece una pausa e continuò: «Non bisogna mai fidarsi della calma di un cavallo, come nemmeno della cal­ma del mare e della parola di una donna». Si avvicinò di un passo e mi disse piano, sussurrando: «Sa cosa vuol dire vivere senza coglioni?… » Esitai prima di rispondere. Dissi: «Mi dispiace…».

Il gallerista si avvicinò alla piccola scrivania, tirò su la cornetta del telefonò e formò un nume­ro. Chiamò il suo autista. Riattaccò e disse: «Le faccio una proposta: se mi cede un coglione non se ne pentirà. Venderà tanti di quei quadri e a prezzi di artisti che sono sul mercato da oltre trent’anni. Farò scrivere una monografia sulla sua pittura: ci saranno le firme prestigiose, da Te­stori a Sala, da Calvesi al Gruppo dell’Arco. Ci saranno tutti: anche Eco. Può contare su tutti all’infuori di Argan … Quello ha fatto più danni lui all’arte che la grandine all’uva. La farò esporre in tutte le gallerie del mondo».

Girai il viso dall’altra parte perché non riuscivo a sostenere il suo sguardo. La sua fronte calva ed il suo naso sporgente erano piani che si intersecavano nella luce al neon che illuininava la sua galleria. Ora i suoi occhi mi sembravano due caverne. Provai un profondo scoramento e dissi: «Mi dispiace, ma non posso accettare».

Nel frattempo era arrivato il suo autista, disse: «Sono qui». Il gallerista‑mercante si alzò dalla sedia e gli andò incontro: «Accompagna questo … il signor Guerrazzi da Raffaele Carrieri» disse. «No, la ringrazio: non ho più nessun interesse a fare la mostra» mi affrettai a rispondere. «Non basta essere un buon pittore per fare successo. Non bastano le dieci pagine che le ha dedicato l’Espresso e non basta nemmeno la firma di Maurzio Fagiolo, ci vuole anche un po’ di fortuna. Lei l’ha trovata questa fortuna e non sia così sciocco da chiuderle la porta in faccia. Ha tutto il tempo per pensarci. Intanto vada da Carrieri e senta cosa dice».

E lui mi aprì la portiera della macchina. Dentro quella lussosa macchina mi sentivo scontento come non mai. Attraversammo la città. La strada scorreva veloce fra squarci rossastri di luce, di un sole malato. Poggiai la testa sul sedile. Andavo da Raffaele Carrieri, come un automa. La vettura rallentò e si fermò davanti a un monumentale palazzo. L’autista mi aprì la porta e disse: «Prenda l’ascensore e schiacci il quarto piano». Salii.

Suonai il campanello, senza nemmeno guardare il nome, tanto mi sentivo vuoto e confuso. Dopo un po’ aprirono la porta. Un uomo con in mano una scopa, vestito con un pantalone nero e una giacca a righe rosse senza bavero, mi guardò esitante. Chiesi: «Abita qui Raffaele Carrieri?» Un gatto persiano, zoppo di una gamba, ch’era vicino all’uomo miagolò. L’uomo mi guardò confuso e non rispose. Anch’io l’osservai. Poi posai su di lui lo sguardo, oscurato da una perplessità e mi accorsi che anche lui mi guardava perplesso.

Ci guardavamo come due persone che hanno l’impressione di conoscersi. Disse: «Ha sbagliato: Carrieri abita al piano di sopra. Questa è casa C., presidente della Y.». Il suo viso divenne severo, tanto che mi diede l’impressione di una faccia scolpita nel legno duro, di ciliegio. Chiesi scusa. La durezza del suo volto si sciolse. Notai che quella severità era opera delle piccole angustie quotidiane che deve subire un collaboratore domestico.

Chiamai l’ascensore e lui restò ancora fuori dalla porta a guardarmi. Nel lasso di tempo che aspettavo l’ascensore l’uomo si provò due, tre volte a chiamarmi, ma non lo fece: si costringeva ad attendere. Aspettava che fossi io a dire ancora qualcosa. Arrivò l’ascensore, aprii la porta, mi girai ancora per guardarlo e senza esitare a perdere tempo chiesi: «Ma lei non è M.?»

«Certo che sono M., anche la sua mi sembra una faccia conosciuta, si chiama G., no? Ci siamo osservati come due tontoni» disse e rise. Lo guardai più stupeffatto che mai. «Che cosa mi tocca fare» disse con voce sconsolata, mentre poggiava la scopa alla porta. Allargò le braccia e scuotendo più volte la testa disse: «Non solo devo preoccuparmi di dirigere bene il giornale, ma gli devo tenere in ordine anche la casa». Mi chiese: «Cosa va a fare da Carrieri?» «Non lo so nemmeno io» risposi e gli raccontai del mercante-gallerista.

Appena finii di spiegarli, disse: «Vede, G., nella vita si presentano tante occasioni, ma per affrontarle ci vuole la volontà. Non bisogna sfuggire gli ostacoli, bisogna cercare di vincerli. Io sono qui, contro la mia volontà, ma tant’è: sono qui perché ho vinto l’ostacolo». Lo fissai per un un attimo negli occhi e scossi il capo senza aprire bocca. M. parlava con un certo sforzo, come se avesse in gola una lisca di pesce. Riprese la scopa in mano e disse: «Sono terribilmente stanco, caro amico».

Restai un po’ a pensare e risposi: «A me sembra quasi incredibile, eppure è lei». Si soffiò il naso e rispose facendosi grave in viso: «Caro G., deve sapere che il sottoscritto non conosce un certo genere di amor proprio, cioè: Io non ho quel tenero affetto per me stesso che sembra naturale quasi a tutti gli uomini. Io non sono come S. che cura e profuma molto la sua barba e la sua persona, tanto da dimenticarsi di avere un socio-padrone. Io sono cosciente del mio ruolo e cerco di svolgerlo meglio che posso. Butti via l’amor proprio e dia il coglione a quello che gliel’ha chiesto; si può fare l’amore anche con un coglione solo». Non risposi. Riflettei e tra noi cadde un silenzio.

M. riprese a parlare e senza guardarmi disse: «Dare valore esagerato ad un coglione è una superstizione fasulla. Oggi si parla troppo di coltivare la propria personalità, di dire sì alla vita, di viverla sino in fondo. Ma come si fa a vivere la vita, ad esprimersi, se non si ha il necessario? Gli dia quel coglione e svilupperà così il lato artistico della sua natura. E, mi creda, non reprimerà proprio un bel niente, le toglieranno un coglione e gliene metteranno uno di plastica, così le donne non se ne accorgeranno nemmeno. Quanta gente c’è che vede con un solo occhio e l’altro ce l’ha di vetro? Tanto, mi creda. Nessuno può dire che quella gente è cieca».

«Ma questa è repressione» dissi e aggiunsi: «Si rende conto quale violenza devo subire, per un po’ di successo, per vendere un quadro?» «Balle» rispose M. «Sono balle. Se lei si vuole realizzare e sviluppare la personalità artistica, deve reprimere il suo orgoglio. Scriveva uno scienziato americano, che non c’è sviluppo senza repressione, ed è la verità. Ma cosa crede, che io sia soddisfatto di pulire il bagno di C.? No, non sono per niente contento, però se voglio sviluppare la mia personalità devo fare, dare qualcosa». Lo guardai con stupore per la sua franchezza e risposi: «Preferisco tenermi i miei due coglioni e rinunciare a sviluppare la mia arte». Seguì una breve pausa.

Un po’ titubante M. replicò: «Io ho creduto di darle un consiglio che le poteva giovare. Comunque, per grazia di Dio, siamo un paese libero e lei è padrone di tenersi il suo coglione; però con i due coglioni non farà mai la mostra, non riuscirà a vendere nessun quadro, almeno ad un certo prezzo, e non troverà nessuno disposto a scriverle un saggio. Ora la saluto: devo far presto a finire le pulizie. Alle diciotto devo essere al giornale e non ho ancora scritto il fondo per domani. Alle ventuno devo commentare la notizia del giorno a Telemondo … Non dormo nemmeno due ore per notte, caro amico, e lei pensa al suo coglione».

Mi salutò e chiuse la porta. Restai pensieroso e mi toccai i coglioni. Avevo paura di averne già perso uno. Non salii al piano di sopra, da Carrieri. Scesi le scale a piedi, accelerando sempre di più il passo.

 

 

Note sull’autore

Vincenzo Guerrazzi (Mammola, 8 novembre 1940) è un operaio, pittore e scrittore italiano, conosciuto come lo scrittore-pittore-operaio. Nasce in un piccolo paese dell’entroterra calabrese e, perduto il padre (vittima dei nazifascisti nell’eccidio della Benedicta) in tenerissima età, dopo l’infanzia e l’adolescenza vissute in una Calabria rurale e primitiva, si trasferisce a Genova, dove, ancora minorenne, viene assunto alla Fabbrica Ansaldo, Meccanica Varia, e vi resta per diciotto anni. Nel 1975 si licenzia per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e alla pittura, attraverso le quali compie un percorso di impegno civile, sociale, politico. La sua arte, sia narrativa che pittorica, è legata alla realtà che tratta e che rappresenta. Nelle sue opere ogni estrosità figurativa o letteraria è funzionale alla comunicazione del messaggio che contiene; ossia, prima di come esprimere è importante cosa esprimere, per aprire gli occhi alle società del proprio tempo, scuotere le coscienze, fare luce su ciò che viene iniquamente tenuto nel buio. Guerrazzi “fonda” così il primo quotidiano-murale: “L’urlo della notte” nei gabinetti della fabbrica, luogo dove gli operai scrivono sui muri frasi e pensieri, che saranno poi raccolti e pubblicati all’interno del primo romanzo completo di Guerrazzi, “Nord e Sud uniti nella lotta” libro spregiudicato nel linguaggio, censurato, discusso, ma poi finalista al “Premio Sila” nel 1975. Scrive e pubblica settimanalmente sui quotidiani locali, Il Secolo XIX e Il Lavoro dei racconti inerenti alla condizione operaia negli anni ’60 e ’70, e anche questi saranno poi riuniti nel romanzo “Le ferie di un operaio” del 1974. Dopo avere curato un’inchiesta all’interno (e dall’interno) del contesto operaio, intitolata “L’altra cultura”(1975), ne realizza altre due, “I Dirigenti” nel 1976, e “Gli Intelligenti” nel 1978; entrambi denuncia di superficialità, disimpegno, incompetenza, malcostume, goffaggine, tracotanza delle classi dirigente e “intellettuale”. È il punto di vista che Guerrazzi esprime anche in pittura: quadri storico-politici, ambientati nella fabbrica. Tiene svariate mostre in Italia (nel 1996 anche in Germania) a partire da quella svoltasi a Roma, a Palazzo dei Congressi nell’ottobre 1977. Nel 1978 la televisione svizzera e la Rai gli dedicano due programmi, quello della Rai condotto da Stefano Satta Flores.

Opere letterarie:
Vita operaia in fabbrica: l’alienazione, Genova, 1972
Le ferie di un operaio (con introduzione di Goffredo Fofi), ed. Savelli, 1974; ed. Ilisso-Rubbettino, 2006;
Nord e Sud uniti nella lotta, ed. Marsilio,1974; ed. Fratelli Frilli, 2003;
L’altra cultura (inchiesta operaia), ed. Marsilio,1974
I dirigenti (inchiesta nella classe dirigente), ed. Mazzotta, 1976;
La fabbrica dei sogni, ed. Cooperariva Scrittori, 1977;
La fabbrica dei pazzi, ed. Newton Compton, 1978;
Gli Intelligenti (inchiesta nel mondo intellettuale), ed. Marotta, 1978; ed. Stampa Alternativa, 2003;
La festa dell’unità: viaggio allucinante, ed. Rizzoli, 1982;
Quel maledetto giorno, ed. Pellegrini, 2001;
L’aiutante di S. B. Presidente operaio, ed. Marsilio, 2004;
Il compagno sbagliato, ed. Mursia, 2007, romanzo scritto con il giornalista di La Repubblica, Stefano Bigazzi.

Bibliografia:
G. Manacorda, Storia della letteratura contemporanea (1940-1975), Ed. Riuniti;
Enciclopedia Fabbri Anno 1976;
A. Guglielmi, Il piacere della letteratura, Ed Feltrinelli;
E. Golino, Letterature e classi sociali, Ed Laterza;
P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Ed. Einaudi;
W. Pedullà, I narratori giovani degli anni 70, Ed. Lerici;
S. Pautasso, Anni di letteratura, Ed. Rizzoli;
Gazzola Luperini, Letteratura italiana LIL, Ed Laterza;
C. Muscetta, La Letteratura Italiana-Storia e Testi: L’età presente, Ed. Laterza;
Petronio Masiello, La produzione letteraria in Italia, Ed. Palombo;
L’Espresso – Grandi Opere: Storia Generale Della Letteratura Italiana.

Sito: http://www.vincenzo-guerrazzi.org

Share Button