Il paradosso della stampa al carbone


Sergio Gentili

 

 

L’approccio nei confronti della fotografia, se dovessi descriverlo, lo paragonerei ad una sorta di “immersione” in una esperienza nella quale mi sono calato, facendo scoperte continue.

In seguito, le scoperte, hanno lasciato il posto alle domande e, le domande, hanno generato percorsi da seguire. Lungo questi percorsi hanno preso forma nuovi interrogativi che inevitabilmente hanno prodotto nuovi percorsi da seguire, e così via.

Non è difficile immaginare in un modello frattale lo sviluppo di un’esperienza simile. Immaginate una maglia di nodi/domande e connessioni/percorsi; quando più la maglia è estesa, tanto più si avranno risorse utili a formare convinzioni.

Quante più convinzioni disponiamo, più possibilità di confronto possiamo mettere in atto, e quante più ne mettiamo in atto più risposte avremo. Il protagonista del film “The Millionaire”, infatti, cercava le risposte tra le maglie di una rete di esperienze che ha lasciato dilatare naturalmente, perché era la sua vita, e non è mai caduto nell’inganno di dare risposte che non gli appartenevano.

Un anno fa ho dovuto cambiare casa e naturalmente ho dovuto anche smantellare la camera oscura. Ho trascorso un lungo periodo in cui non solo non potevo stampare, ma mi è mancato anche lo stimolo per fotografare.

Cosa si prova ad essere orfani di camera oscura è difficile da spiegare, so solo che quando accade si pensa subito a ricrearne un’altra, o almeno questa è stata la mia reazione naturale.

Prima di smontarla l’ho fotografata: ho ripreso le quattro pareti con un grandangolo e, come se non bastasse, ho ripreso anche gli strumenti che mi sono stati utili durante il lavoro svolto li dentro per quasi dieci anni.

Non è stato difficile fotografare ciò che normalmente non è oggetto di osservazioni: un “gabinetto fotografico” è un luogo visibile solo a chi lo frequenta, per mostrarlo basta realizzare delle “soggettive”, delle inquadrature che simulano il mio sguardo. In realtà non si guarda nulla di specifico, si punta l’obiettivo per mirare il vuoto che è al centro della stanza, non c’è altro oltre quel vuoto, una camera oscura è un contenitore di buio, essenzialmente, e di pochi strumenti a bassa tecnologia.

Adesso ho una nuova camera oscura, con tutta la memoria della vecchia, compreso una grande quantità di carta pigmentata, in parte salvata dall’umidità ed in parte è materiale di scarto, utile solo ad eseguire delle prove. Ho deciso di stampare le foto scattate un anno fa utilizzando proprio questi fogli, mi sembra giusto fare così, sono sicuro che è l’unico modo per chiudere questo lavoro.

Le prime stampe finite rivelano immediatamente un paradosso evidente e palese: la “macchina” per la fotografia si è rivolta su se stessa e ciò che doveva essere semplicemente strumento è diventato l’oggetto da rappresentare.

In realtà qualcos’altro mi ha sorpreso, anzi mi ha lasciato incantato, è stato un dettaglio più piccolo di un centimetro quadrato che mi ha trascinato in una spirale dalla quale tuttora faccio fatica ad uscirne. Quella specie di inghiottitoio, che altro non è che l’obiettivo della macchina fotografica, aveva risucchiato al suo interno anche un lembo di carta pigmentata: al momento dello scatto un foglio di carta pigmentata riposava, ignaro, nella mia rastrelliera, in attesa di essere utilizzato, non poteva assolutamente immaginare di poter essere fotografato, il suo ruolo è stato sempre quello di trasportare immagini, non di diventare esso stesso un’immagine. Anch’egli ha subito lo stesso destino della camera oscura, da oggetto è diventato soggetto.

Oggi, davanti ai miei occhi, mi ritrovo l’immagine di un pezzo di carta pigmentata che, molto probabilmente, ho utilizzato per realizzare la stampa di se stesso. Oppure, se volessi correre il rischio di perdermi in questo vortice, e la cosa non mi dispiace, posso affermare che la materia pigmentata che ho fotografato in quella camera oscura, distesa su quel foglio di carta quasi arricciato, è la stessa materia che in questo momento realizza l’immagine della carta pigmentata fotografata. Anche in questo caso il paradosso si è concluso: la materia fotografata e quella utile a realizzare l’immagine sono coincidenti, come un attore che sulla scena svolge il ruolo di se stesso.

E’ una verifica delle possibilità del mezzo, verifica spontanea, non voluta, ma puramente casuale, che non può essere spinta oltre, giacché i paradossi sono eventi chiusi in se stessi ed ogni tentativo di esplorazione non genera altro che disastri capaci di portare tutto all’implosione. Infatti, proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere se fotografassimo la gelatina pigmentata con dettagli sempre più ravvicinati, fino ad arrivare ad una ripresa in macro, otterremo un negativo perfettamente trasparente, lo stesso risultato che si otterrebbe lasciando al suo posto il tappo dell’obbiettivo.

Vi ricordate le “Verifiche” di Ugo Mulas? Con la sua macchina mirava al cielo, era una sfida al vuoto, ed ogni volta che ingrandiva quei scatti non otteneva altro che delle stampe cariche di granuli, si rese conto che avrebbe ottenuto lo stesso risultato anche se avesse fotografato la parete che gli era di fronte.

Per la fotografia le galassie distanti anni luce o l’intonaco del muro che abbiamo di fronte non hanno alcuna differenza, non è influenzata dalla memoria e dalle aspettative che ci fanno vedere cose inesistenti. Nella sua brutalità, che possiamo chiamare anche oggettività, essa ci obbliga a confrontarci con il reale o perlomeno con la traccia che la pellicola conserva.

La fotografia registra istanti e noi per celebrare la loro importanza, li incorniciamo.

 

 

Note sull’autore

Sergio Gentili ha 56 anni, è nato ad Ascoli Piceno nel 1955. A Napoli ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte Palizzi e la facoltà di Architettura. Terminati gli studi ha la possibilità di dedicarsi alla fotografia, ma sempre a livello amatoriale, senza mai sfruttarla professionalmente. La sua curiosità si è rivolta quasi da subito verso i procedimenti fotografici obsoleti, ovvero alternativi ai sistemi di massa. Dal 1990 stampa le sue immagini con il procedimento detto “stampa al carbone”, una tecnica di stampa del 1850 che non fa uso di sali d’argento, ma di gelatine pigmentate sensibilizzate con bicromato di potassio. Nel 1993 inizia a portare fuori dalla camera oscura le sue foto e presso l’istituto francese il “Grenoble” ha la poossibilità di installare le prime mostre. Nel mese di maggio dello stesso anno, la rivista “Fotografare” gli dedica un articolo, in cui descrive sommariamente il suo lavoro. Nel mese di agosto del 1996 la rivista “Arte Mercato” pubblica alcune sue foto su un numero monografico relativo alla fotografia d’ambiente. Negli anni seguenti pubblica su internet una dettagliata descrizione del procedimento, utile a tutti i principianti che intendono cimentarsi in questa pratica. In seguito alla pubblicazione ha la possibilità di conoscere moltri altri fotografi con i quali condivide gli stessi interessi. Nel 2001 entra a far parte del GRN “Gruppo Rodolfo Namias” con sede a Parma, una associazione di fotografi che uniti sotto il nome di un chimico torinese professa la salvaguardia e la diffusione delle antiche tecniche della fotografia. Nel 2009, dopo essere entrato in polemica con gli atri componenti del gruppo, se ne allontana e torna a sviluppare i suoi interessi nel buio della propria camera oscura. L’ultimo lavoro realizzato è “Omicidi fuoriporta”, una tragica rassegna dei luoghi del crimine ripresi nelle desolate lande tra la provincia di Napoli e quella di Caserta. Il prossimo da realizzare, forse, riguarderà l’avventura de “La banda del Matese”, la narrazione dei luoghi, sui monti del Matese appunto, dove nel 1877 si svolse una storica azione di propaganda anarchica.

Sito: http://sergio.ntah.net

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