Dove va la corrente

Alfonso Frasnedi

 

Nel 1968 ci eravamo illusi di poter essere uomini liberi, intellettuali che liberamente chiedevano di esprimere il proprio pensiero sulle cose e sul mondo di cui fanno parte.
Questo al posto della mano, la mano per cui eravamo conosciuti, classificati e scelti da coloro che, parlando e scrivendo, si erano autonominati giudici e mentori. È stata una battaglia incruenta, silenziosa e sotterranea che, ancora una volta, abbiamo perduto. E abbiamo continuato a fare gesti…

Dieci anni dopo quella contestazione che ha permesso a alcuni di noi di occupare qualche sedia, ritornò il tempo della pittura, con gli autori accuratamente nascosti dietro grandi tele; autori ignoti di cui non si sa quasi nulla e che potrebbero anche essere inesistenti. Tanto c’è chi parla per loro abbondantemente. E abbondantemente, questo romantico e ispirato isolamento, paga.

Del resto, perché gli artisti dovrebbero parlare d’arte? Ci sono i critici per questo, altrimenti che farebbero? Dovrebbero studiare, dovrebbero teorizzare, pensare e lavorare. Meglio aspettare che qualche artista venga a bussare alla porta e inventare qualche riga sul suo lavoro.

È meno impegnativo e qualcosa rende sempre. Per esempio il potere di, eventualmente, controllare un artista se va bene e di dimenticarsi di averne scritto se va male. E che dire di quegli artisti che si interessano di mercato o delle pubbliche istituzioni? Il mercato è dei mercanti perché sono loro che mettono i soldi, quindi è giusto che siano loro a decidere; se a qualcuno non va bene, si faccia da parte, di artisti ce ne sono tanti e di quattrini pochi, per cui è giusto spremere il possibile e poi via, sotto un altro.

Questo in nome della cultura dell’aggiornamento quotidiano, salvo poi il solito lamento contro il collezionismo che, disorientato da tanta disinvoltura, si rivolge al mercato internazionale.
A quel mercato internazionale che ha imparato a considerare le istituzioni pubbliche italiane come terra di conquista. Terreno da cui spremere le ultime risorse di artisti che hanno saturato il mercato o che hanno bisogno di un rilancio; oppure di giovanissimi che vengono sperimentati prima nel museo poi nelle gallerie private, con costi del lancio nel mercato a carico del contribuente e, spesso con buoni risultati per il mercante.

Infatti, i mercanti lamentano che i musei funzionano poco in Italia, mentre in Svizzera, Germania e…. dimenticando che là i musei hanno una diversa organizzazione e che sono sponsorizzati da privati e non da enti comunali retti da funzionari con nomina politica che gestiscono “pro domo sua” i magri bilanci e loro amicizie culturali.

Ma guai a dire queste cose, specie ora che si sono tutti zittiti, anche se si mugugna. Potremmo essere condannati ad altri dieci anni di silenzio.

 

Tratto dal sito dell’autore.

http://www.frasnedi.com/scritti-2.html

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