Sofonisba. Una vita per la pittura e la libertà

Milo Borghini

 

 

Sofonisba nasce nel 1535 a Cremona, città che, all’epoca, gode della pace e di una prospera economia, non solo agricola ma anche artigianale e commerciale, forse più della stessa Milano, che con la caduta del Moro aveva perso i magnifici fasti di quella corte. Suo padre, Amilcare, nato nel 1494, è un umanista che mantiene costanti rapporti intellettuali con vari esponenti della cultura, rivestendo anche cariche civili: è infatti per molti anni “fabbriciere”, cioè curatore delle opere pubbliche artistiche che devono abbellire la città.

La loro casa, tuttora esistente e, tutto sommato, modesta, diventa quindi ben presto un cenacolo nel quale confluiscono gli intellettuali della città, gentiluomini quasi sempre amici e parenti presenti e anche futuri. Infatti alcuni sposeranno le sorelle di Sofonisba. Questi personaggi vedono crescere giorno per giorno le sorelle Anguissola nel loro impegno culturale, tra allegre e vicendevoli gare artistiche e letterarie, delle quali risuona non solo la casa e il giardino domestico, ma anche i palazzi delle più importanti famiglie di Cremona – dove sono spesso invitate –, le quali esortano continuamente i genitori a coltivarne le tendenze artistiche e letterarie. Così stimolate, Sofonisba e quattro delle sue sorelle diventano tutte pittrici, tranne Minerva che, come sembra presagire il nome, diventerà invece una letterata. Il fratello, Asdrubale, non combinerà invece granché, né in fatto di creatività, né in altri ambiti, battuto dalle sorelle in tutti i campi.

Sofonisba è la più importante delle sei sorelle e ha avuto la fortuna, rara a quei tempi, di vivere a lungo. Anche le sorelle sono molto dotate: in primo luogo la secondogenita Elena, che però, facendosi suora, scompare dalla nostra osservazione, anche se si può ipotizzare, rimanendo assai vicino alla realtà, che abbia continuato a dipingere tra le mura del chiostro, dove era prassi comune che le religiose insegnassero anche pittura alle novizie. Di Europa e Anna Maria poco si conosce, ma è Lucia, la terzogenita, che, come rileva lo storico dell’arte Flavio Caroli, ha capacità e personalità tali da poter essere considerata al livello della sorella maggiore, pur avendo avuto la sfortuna di morire nel fiore degli anni.

Come ho già accennato, la famiglia, come del resto tante altre famiglie nobili, non ha grandi possibilità e l’appartenenza alla nobiltà la obbliga a un tenore di vita superiore alle sue forze, per non perdere i privilegi sociali che ne derivano. È allora che il padre, anche per ragioni economiche, nel 1546 manda le figlie più grandi, Sofonisba ed Elena, a bottega da uno dei più importanti pittori di Cremona: il famoso Bernardino Campi. È una decisione rivoluzionaria per quei tempi, che non trova riscontro in nessun altro caso e che avrà rari imitatori soltanto a partire dalla seconda metà del secolo successivo. Infatti, le pittrici di quel tempo sono tutte figlie di pittori, oppure suore. La modernità delle Anguissola sta proprio qua: si tratta del primo esempio di artiste non figlie d’arte.

Occorre ricordare che l’ambiente umanistico lombardo e soprattutto cremonese è caratterizzato dall’esaltazione della donna, che dalla considerazione medievale cavalleresca assurge al rispetto e alla considerazione che le deriva dall’esercizio delle lettere e delle arti. Mentre però le intellettuali di questo secolo sono dame di alto lignaggio, come Elisabetta Gonzaga, Gaspara Stampa, Margherita di Navarra, oppure cortigiane come Vittoria Colonna e Veronica Franco, a Cremona il fenomeno coinvolge non solo esponenti dell’alta nobiltà, ma anche persone della media borghesia, che tra l’altro sono addirittura ancora in tenera età come nel nostro caso: si tratta, in breve, di bambine prodigio.

Alla partenza del Campi per Milano, dove è chiamato da Isabella di Capua, moglie di Ferrante Gonzaga, le due sorelle Anguissola passano alla bottega di Bernardino Gatti, detto il Soyaro, dove Sofonisba, a soli quindici anni, prepara i disegni dei visi per il Miracolo dei pani e dei pesci del refettorio del convento di San Pietro al Po. Negli anni successivi, Sofonisba esegue molti ritratti, per lo più di tipo familiare, autoritratti, disegni e opere devozionali, ispirate ad altri autori.

L’opera promozionale esercitata dal padre, che dona le opere delle figlie a famose personalità, la fanno conoscere ben presto in tutta Italia: viene chiamata presso famiglie importanti per eseguire ritratti, ricevendo in cambio regali, ma mai pagamenti. Nel frattempo, incontra anche artisti dai quali acquisisce altre tecniche, come il Clovio, e la sua notorietà fa sì che, nell’estate del 1559, venga invitata alla corte di Spagna come insegnante di pittura per la quattordicenne regina Isabella di Valois, sposata da Filippo II a suggello della pace di Cateau-Cambrésis.

In Spagna, si applica subito all’insegnamento, diventando in breve tempo, in questa veste, l’amica più intima della regina, che ritrae in vari dipinti. Vivendo a corte, ha inoltre occasione di conoscere e ritrarre varie personalità, come l’indimenticabile principessa Giovanna d’Austria, sorella e reggente di Filippo, e i giovani che vede crescere dall’adolescenza alla giovinezza, come il “nostro” Alessandro Farnese.

Filippo è un grande amante dell’arte e della cultura e ammiratore delle sue opere, ma si rivela ben presto egoista e chiuso sia col figlio, Don Carlos – noto grazie all’omonima opera di Verdi –, che morirà segregato nel castello di Arévalo, sia con la quarta moglie, la nipote Anna d’Austria.

Questi comportamenti colpiscono sicuramente Sofonisba, educata invece al rispetto della donna e nel gusto della libertà, e contribuiscono a rafforzare in lei la volontà e l’orgoglio. Infatti, alla precoce morte della regina Isabella, declinerà l’offerta, fattale da Filippo, di sposare un gentiluomo spagnolo e poter così vivere ancora a corte come educatrice delle due infante, Caterina Micaela e Isabella Clara Eugenia. Sposerà invece Fabrizio Moncada, gentiluomo cadetto di un’importante famiglia di Paternò, trasferendosi in Sicilia.

Nell’isola, crocevia commerciale di grande importanza e prosperità, soprattutto agricola, Sofonisba avverte la stessa sensazione percepita in Spagna, toccando ugualmente con mano il rapido cambiamento di mentalità che sta verificandosi ovunque con la dominazione spagnola. Se però durante il soggiorno a Madrid la percezione di questo mutare di mentalità, anche se avvertita più volte, era attenuata dagli intimi rapporti con la famiglia reale, in Sicilia il risveglio è ancor più brusco.

L’artista si trova al centro di un’ostilità che la cognata, principessa Donna Aloysia, vedova del primogenito morto nel frattempo, esercita nei confronti di suo marito, per escluderlo dall’amministrazione del patrimonio, come invece vorrebbe la legge e la consuetudine. Alla tragica morte del marito, avvenuta nel 1578 nel corso di un’aggressione di pirati in circostanze misteriose che non permisero di ritrovarne il corpo, Sofonisba deve perfino fronteggiare, con l’aiuto del fratello, l’ostilità dei Moncada, che vogliono approfittare dell’evento per non restituirle la dote.

Ecco allora che, in sintonia con la sua educazione, la pittrice dice basta a certe costrizioni e innalza, senza asprezze rivendicative che, oltre che inutili, non sarebbero consone al suo carattere, una bandiera di libertà che manterrà per tutta la vita: oltre che con Filippo II, anche con il fratello che, dopo la tragica morte del primo marito, vorrebbe ricondurla a Cremona, e con Francesco, I Granduca di Toscana, che vorrebbe dissuaderla dal secondo matrimonio. Sofonisba, diventata famosa, anche se non si è arricchita, approfitta di questa forza per far valere i suoi giusti diritti. Pur di non essere forzata a un ritorno a Cremona, un ambito divenuto ormai troppo angusto per la sua arte, non tornerà più a casa, rinunciando perfino a rivedere la madre dopo tanti anni.

A Genova, dove si trasferisce nel 1580, dopo le nozze col secondo marito Orazio Lomellini, figlio naturale di un famoso casato genovese, Sofonisba, circondata dal rispetto e dall’amicizia dei parenti del marito, soggiorna per trentasei anni e ha occasione d’incontrare anche importanti personalità, tra cui gli artisti genovesi: Luca Cambiaso, Bernardo e Giovan Battista Castello, Lazzaro Tavarone e altri, con i quali instaura rapporti di amicizia, dedicandosi all’insegnamento della pittura e soprattutto della miniatura e prodigandosi anche con consigli artistici e commerciali.

È perfino incaricata, viste le sue conoscenze con la famiglia reale, di gestire l’accoglienza che la Repubblica ha organizzato per le visite dell’imperatrice Maria d’Austria, sorella di Filippo, e delle due infante appena sposate. È qui che Sofonisba ritrae la diciottenne Caterina Micaela, duchessa di Savoia, nell’estate del 1595, eseguendo poi il bellissimo ritratto detto “dell’ermellino”, opera che era stata inizialmente attribuita a El Greco e che stupisce per la sua modernità. Nel 1615, ormai ultraottantenne, si trasferisce nuovamente in Sicilia, dove il marito, più giovane di diversi anni, ha molti impegni di lavoro, e nella casa di Palermo dipinge ancora, nonostante gravi problemi alla vista che la disturbano negli ultimi anni di vita, assistendo, come del resto nel precedente soggiorno, a varie epidemie di peste. In questo periodo, è consulente per gli arredi della chiesa di San Giorgio dei Genovesi, eretta dalla comunità ligure.

Il 16 luglio 1624 e nei giorni successivi, è visitata da Van Dyck che, a seguito dei suoi consigli pittorici, da lui considerati fondamentali, la ritrae ripetutamente. Conosce anche Emanuele Filiberto di Savoia, vicerè di Sicilia e figlio di Caterina Micaela, che morirà di peste nel 1624, ritratto da Van Dick pochi giorni prima di morire.

Sofonisba muore il 16 novembre 1625. Si conclude così la sua parabola di libertà e di emancipazione. Accanto agli importanti aspetti pittorici e sociali della lunga esistenza che, pur essendo intrisi della sua più intima personalità, sono di competenza degli storici dell’arte, rimane infatti la vita privata, densa di aspetti umani, interiori e talora drammatici, che ne fanno una storia bella e commovente. Mi ha molto colpito l’analogia di sentimenti, preoccupazioni e affetti con la vita di oggi, a distanza di tanti secoli. Dai documenti traspaiono i sentimenti di affetto, timore e soddisfazione, ma anche le angosce vissute per congiunture affettive, economiche e dolorose che costellarono l’esistenza di Sofonisba, in un’epoca in cui i lutti erano quotidiani per la breve durata della vita. A fronte di tutti questi dolori e tribolazioni bisogna sottolineare però il carattere dolce ma deciso di questa grande donna che, nei momenti cruciali di un’esistenza drammatica, ha saputo reagire con orgoglio e dignità ribadendo i propri diritti.

 

Tratto da una conferenza a Bologna del 2007

http://www.lacittaonline.com/index.php?q=node/638

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