Il volo dell’arte

Shen Dali

 

 

Nel nostro lavoro comparativo, come ha detto Dong Chun, abbiamo cercato di offrire uno sguardo orientale sull’arte occidentale da un punto di vista estetico. Più precisamente, si tratta della percezione di un’opera straniera di pittura o di scultura, da parte di un cinese e di una cinese. Ciò che ha attratto la nostra attenzione è l’esotismo, che genera naturalmente “un’estetica del diverso”, com’è stata indicata dallo scrittore francese Victor Segalen, definito il “poeta cinese”. Ai suoi tempi, Segalen deplorava la degradazione del diverso, constatando che “il diverso decresce”. Nel ventunesimo secolo in cui viviamo, il diverso, che fa la ricchezza del mondo, decresce ancora di più con l’apparizione del villaggio planetario, prodotto della mondializzazione in corso, che riduce la distanza. In Cina si dice che senza la distanza non c’è la bellezza contemplativa e è per questo che Dong Chun e io abbiamo scelto questo modo di vivere a grande distanza, lei a Parigi e io a Pechino.

Nell’undicesimo secolo, Shen Kuo, artista cinese della dinastia Song, in un suo saggio sull’estetica, definisce il precetto “prospettiva mobile”. Secondo lui, un vero pittore fa errare il proprio spirito attraverso gli spazi infiniti dell’universo, realizzando così un volo. Ormai sono passati mille anni: in questa società troppo materialista, il volo artistico diventa sempre più difficile, manca lo spazio poetico. Contrariamente a ciò che Baudelaire sperava, oggi il bello è spesso legato all’utile, che, agli occhi di Théophile Gautier, risulta sempre laido.

Lungo questa constatazione mia moglie, Dong Chun, e io abbiamo accettato la proposta di Armando Verdiglione di metterci alla ricerca del tempo perduto per ritrovare le Fanciulle in Fiore di un Renoir o di uno Zejtlin, o la Vergine della tenerezza di Vladimir di un Rublëv.

Rispetto alla quiete di un’icona di Rublëv, lo stile convenzionale del discorso scientifico appare ansimante e precipitoso! Nella nostra epoca, tutto rischia di allinearsi al mito di un sedicente progresso, progresso denunciato già nel diciannovesimo secolo da Balzac, il demistificatore. Oggi più che mai, la gente ha bisogno di luce interiore, come insegna lo Zen, che è al di là dell’elogio e del biasimo. Questa luce non conosce limiti, come lo spazio-tempo, e nutre il sogno di un altrove migliore.

Nella nostra lettura delle opere degli artisti di cui parliamo nel nostro lavoro, abbiamo notato una grande differenza tra la cultura occidentale e quella orientale. Il drago, per esempio, per i cinesi è un animale benefico. I cinesi dicono di essere figli del drago. In Italia, invece, il drago è un mostro.

Studiando i quadri di Henri Matisse e Ferdinando Ambrosino, passando per Alfonso Frasnedi e Antonio Vangelli, ci è venuto in mente lo spirito di un oracolo dell’ I King, (Il libro dei mutamenti) Questo grande classico del taoismo cinese dice: “Tranquilla è la superficie del lago,/ma le sue profondità ribollono di vita./Presso il lago, gli amici siedono e discutono./La loro conversazione sembra superficiale,/ma profonda è la comunicazione”.

 

Tratto da una conferenza del 2006 a Bologna

http://www.lacittaonline.com/index.php?q=node/820

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