Appunti

 

Alfonso Talotta

 

… Costruire con l’assenza. Come dire, più che aggiungere, togliere, liberarsi del superfluo, arrivare all’ essenza delle cose, secondo il credo che la semplicità è una complessità risolta.

… Suonare con il silenzio. Come il bianco, considerato non colore, ma che in realtà contiene i sette colori dello spettro solare, così il silenzio, considerato non suono, può contenere tutti i suoni, i rumori, della nostra vita. Per sentire il suono del silenzio è importante porgersi in una situazione di ascolto particolare: non orecchio, ma anima.

… Vivere con il sogno. Possiamo vivere una realtà parallela a quella consueta, quotidiana, attraverso la nostra capacità di sognare, di guardare le cose con gli occhi della mente, per modificare, trasformare il mondo oggettivo in soggettivo e costruire, così, il nostro mondo.
A.T. 2009

Con  il ciclo delle – chiusure – iniziato nel 2005, la forma non dipinta si situa in una relazione di contrasto con le forme-forza dipinte che  la costringono in una zona evidenziata dal rapporto pieno- vuoto, materiale- spirituale, rumore- silenzio. Si porta ad una conclusione un progetto iniziato nella seconda metà degli anni ottanta, quando i segni sottrattivi, che prima non si incontravano mai, hanno iniziato ad incontrarsi generando una forma che nelle differenti combinazioni di entrata e di uscita è arrivata ad una zona di pausa, di riflessione e di compiutezza. E’ un momento pittorico che si rivolge in modo più attento all’ aspetto cromatico, luminoso,  pur mantenendo sempre forte l’ aspetto rigoroso del concetto e del progetto.
A.T. 2005

Con la ceramica si concretizza l’idea di essere non solo dentro la materia, ma di lavorare all’interno di un concetto che unisce i quattro e  lementi naturali. La terra (argilla) si unisce all’acqua (impasto) si asciuga all’aria (solidificazione) ed i colori si fissano con il fuoco (cottura). Quindi terra, acqua, aria e fuoco per dare forma ad una scultura che si crea proprio dalla parte mancante, assente. Infatti, togliendo la materia, avanza lo spazio e il vuoto che entra modifica la struttura. Nelle opere dove è presente sia l’elemento scultoreo che quello pittorico è la scultura che fa nascere la pittura perché è proprio dalla parte vuota che scaturisce la forma pittorica che entra in relazione con lo spazio circostante e definisce la costruzione dell’opera.

La solidità della scultura si unisce così alla liquidità della pittura senza interruzioni o fratture compositive ma, al contrario, stabilendo un preciso percorso di unificazione formale, strutturale e progettuale.
A.T. 2000

Nel costruire la pittura ci si chiede sempre quale spazio dedicare al progetto, al colore, alI’immagine e a tutto ciò che ci condurrà al risultato finale. Spesso questi presupposti vengono meno perché c’e sempre qualcosa che ci accompagna nell’esecuzione, un qualcosa che sfugge, che è celato nel nostro pensiero ed affiora, anzi si afferma in modo perentorio man mano che il lavoro va avanti.

Infatti, possiamo dire che, la pittura si costruisce non con una fredda elencazione degli strumenti che abbiamo usato, che possono essere pochi o molti, ma proprio con quella parte che sfugge, con quell’assenza che poi si rivelerà tanto preziosa ed importante.

L’immagine che scaturisce da questa impostazione è un’immagine svuotata, interna, non materiale che si identifica più con il pensiero che con l’azione, più con il progetto che con l’oggetto, più con il vuoto che con il pieno.

Non si tratta, quindi, di stare davanti o dietro all’immagine, ma di esserci dentro e vedere all’interno di essa, perché solo cosi avremo la possibilità di osservare e, quindi, di agire in modo diverso ed arrivare ad una nuova struttura che ci farà vedere, ma soprattutto capire la nuova pittura.
A.T. 1997

La pittura che si regge su presupposti minimi è di per sè una  pittura mirante alla riduzione; riduzione che va intesa non come elemento “mancante”, ma al contrario, come “presenza” costruita strutturalmente attraverso processi pittorici che puntano più alI’ essenziale, alla “pelle”, piuttosto che al pieno e al “corpo”.

La “pelle”, o superficie, si contrappone cosi al “corpo”, o materia. Il risultato di questo lavoro porta ad un’opera tutta giocata sul filo di una costruzione frontale che si pone come elemento portante della superficie stessa divenuta cosi autonoma ed autosufficiente.

Quindi, superficie non più intesa come un “campo” dove agiscono o si depositano i “segni” e le motivazioni più eclettiche, ma come superficie-filtro dove il colore viene assorbito, asciugato del suo cromatismo stesso, per fissare cosi sulla tela la sua ombra, la sua “impressione”.

Superato il concetto del “colore-emozione” o del colore inteso come spettro luminoso, si arriva al “nero-colore” che, attraverso minimi scarti di luce ricavati dal fondo stesso della tela, contribuisce alla costruzione del quadro anziché all’annullamento della superficie dell’ opera.

Attraverso procedimenti riduttivi, sintetici, si cerca la fisicità dell’opera sino ad arrivare ad una “piattezza” che nulla concede alla materia, e si cerca il colore nel nero, divenuto luce-opaca di una pittura le cui motivazioni si trovano nella costruzione stessa dell’opera.
A.T. 1987

Al posto di segni umani, emozionali e caldi, segni meccanici, freddi e ossessivi. Nascono così i tracciati urbani: sbarramenti ed incroci scaturiti dai pneumatici dell’auto, precedentemente dipinti di nero, qualche rara volta di bianco, che violentano le grandi tele bianche o nere, che tolgono il respiro, che respingono.

Il corpo, il peso, la materialità della macchina schiaccia la leggerezza, la purezza delle tele o dei fogli, lasciando un marchio indelebile e sinistro.
A.T. 1979

 

Note sull’autore

Alfonso Talotta è nato a Viterbo il 2 marzo 1957. Si diploma al Liceo Artistico di Viterbo e, in pittura, all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 1980 inizia l’attività espositiva con i “tracciati urbani”, una particolare ricerca artistica che presenta sbarramenti, incroci e segni, che scaturiscono direttamente dai pneumatici dell’auto, precedentemente dipinti di nero, o bianco, che vanno ad imprimere sulla tela, in modo freddo ed ossessivo, la loro presenza. Successivamente opera, con delle installazioni, in luoghi di importanza storica, in mostre curate dal critico Giuseppe Gatt. Nella seconda metà degli anni ottanta l’artista lavora ai cicli dei “frontali” e dei “segni”. E’ una pittura che si basa su presupposti minimi dove, però, la riduzione è vista come presenza costruita attraverso processi pittorici che puntano più all’essenziale, alla “pelle”, piuttosto che al pieno e al “corpo” e dove il nero diventa luce-opaca di una pittura le cui motivazioni si trovano nella costruzione stessa dell’opera. E’ proprio in questo periodo che il critico Filiberto Menna invita Talotta a partecipare a diverse mostre da lui curate e che, nel 1988,lo segnala, sul Catalogo Nazionale dell’Arte Moderna Mondadori, come artista italiano di quell’anno. La scomparsa prematura del critico salernitano, avvenuta nel febbraio del 1989, interrompe questo rapporto non solo artistico, ma anche umano. Negli anni novanta Talotta propone i cicli delle “perforazioni segniche” e delle ” forme”. Nelle “perforazioni segniche” il segno non viene più presentato sulla tela, ma viene svuotato, tolto dalla tavola di legno, attraverso l’asportazione di una parte di essa, concretizzando, così, l’idea del vuoto e dello spazio stesso. Nel ciclo delle “forme” queste nascono dall’incontro dei segni, progettati per identificare un’immagine formale interna, vuota, non dipinta che si contrappone, così, con la parte di superficie dipinta e satura:materialità ed immaterialità, pieno e vuoto, peso e leggerezza. E’ in questa fase che il critico Claudio Cerritelli propone il lavoro di Talotta in alcune mostre da lui curate. Alla fine del 1998 l’artista scopre nella ceramica una nuova possibilità espressiva che diverrà, dal 2000, la sua nuova espressione artistica. Non è un abbandono della pittura, semmai un suo rafforzamento, perché, nella ceramica, Talotta è riuscito a mettere insieme il “concetto” della pittura con la “concrezione” della materia senza creare interruzioni o fratture compositive ma, al contrario, stabilendo un preciso percorso di unificazione formale, strutturale e progettuale. Nel 2003 il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza invita l’artista alla mostra “la forma tra continuità ed innovazione” e nel 2005 espone al Palazzo delle Esposizioni di Faenza e al Palazzo Ducale di Taormina nell’ambito del progetto “Ceramic.Art”, che tende a valorizzare gli artisti che attraverso la ricerca e la sperimentazione propongono vie nuove e personali nel campo dell’arte ceramica. Nel frattempo Talotta torna alla pittura con il ciclo delle “Chiusure”. E’ una pittura che prosegue con coerenza i vari cicli affrontati dall’artista negli ultimi vent’anni. Queste opere si avvalgono dell’esperienza ceramica acquistando in luminosità e sensibilità cromatica, mantenendo pur sempre una forte valenza progettuale e concettuale. Nel 2007 Tusciart Italia Eventi gli rende omaggio con una mostra alla Galleria Chigi di Viterbo. Nel mese di Ottobre dello stesso anno la D’A Gallery lo presente in una importante mostra a Taormina. Nel 2008 Claudio Cerritelli lo invita alla mostra “Pittura Aniconica 1968-2007” alla Casa del Mantenga, a Mantova. La mostra, accompagnata dal libro dello stesso curatore espositivo, è un’importante riflessione sulla pittura astratta, dall’astrattismo storico alle ricerche analitiche degli anni settanta, al confronto con la pittura postmoderna, alla definizione di una nuova costruttività, alla ridefinizione della geometria, alla scelta radicale del monocromo. Nello stesso anno, l’artista inizia la collaborazione con la Galleria Magicarte che presenta le opere di Talotta nelle maggiori Fiere d’Arte Moderna e Contemporanea italiane. Nell’aprile del 2009 Alfonso Talotta viene invitato dai Musei Civici di Ascoli Piceno ad esporre una sua opera in ceramica al Primo Premio Internazionale Biennale di Ceramica presso la Pinacoteca Civica della città marchigiana.

Sito: http://www.alfonsotalotta.com

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