Note sull’itinerario artistico

Franco Palazzo

 

 

Artista è colui che sa fare di ogni soluzione un enigma.
Karl Kraus

In una pausa di riflessione autocritica, lascio decantare da qualche parte, giusto per il tempo di un interlunio, l’esercizio del collage per passare ad esplorare nuove tecniche espressive, capaci di condurmi verso una sintesi e un nuovo modo di costruire l’immagine pittorica, alla ricerca di un possibile ed auspicabile raggiungimento di quel traguardo imprescindibile rappresentato dalla qualità. Ora, per me, in piena maturità, al di là della proposte tematiche e dell’evocazione simbolico/metaforica, mi piace giocare con paradossi, radunare materiali dai più differenti connotati genetici, creare effetti stranianti, provocare il ‘cortocircuito’ visivo, pur ricercando un rigoroso controllo della composizione insieme ad un armonioso equilibrio formale. Tutto poi confluisce nell’enunciato iconico attraverso la strutturazione delle forme e l’organizzazione dello spazio, cercando un perfetto equilibrio tra le pulsioni dell’istinto ed il controllo della ragione. Un esempio: il ciclo “Venezia”, una metafora di questa città, indagata non con intento descrittivo ma introspettivo, calata in una dimensione più mentale e spirituale che reale, più musicale che materiale, trasfigurata fino a scarno relitto metafisico, apparizione notturna sospesa tra cielo e laguna deserta. Insomma, ” L’altra Venezia”, non visibile, contemplata nei suoi più segreti dettagli da Predrag Matvejević. Una Venezia che d’improvviso emerge dalla notte, nave-scrigno d’eterni assoluti tesori d’arte, di civiltà e di cultura, in tutta la sua precaria e fragile bellezza!

Credo che di città come questa, singolari, sfolgoranti, cariche di fascino, tarderanno ancora molto a nascere, se mai ne nasceranno altre! Forse ormai, nella disperata assenza al mondo di nulla di simile, si limiteranno a protendere i loro splendori verso masse di turisti distratti, inconsapevoli del miracolo d’arte e di storia che li circonda e che stanno attraversando e calpestando.

Venezia, città alchemica. Venezia, sfarzoso teatro della memoria. Venezia, adagio maestoso! Venezia, una gamba in cielo… e l’altra nell’acqua!

Un velo sottile di malinconia, quasi un monito per le colpe degli uomini, si stende sui colori corrosi e sugli ori stanchi ma non vinti, sui marmi biancheggianti e sulle pietre d’Istria delle straordinarie, elegantissime architetture in parata, come nella descrizione della città che, in Cina, Marco Polo traccia al cospetto del Kublai Khan, come si può leggere nel bellissimo romanzo “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Secondo una definizione di Durand: “ogni ricordo d’infanzia, attraverso il duplice potere del prestigio della spensieratezza primordiale da una parte, e della memoria dall’altra, è subito opera d’arte”.

Il meccanismo che definisce il senso di questo mio metodo operativo si è venuto chiarendo attraverso l’analisi dei processi cognitivi e di alcuni fenomeni sensoriali legati alla sfera delle facoltà logico-percettive, rimaste intatte nell’ Io profondo fin dal tempo dell’infanzia, con tutta la loro vera carica emotiva, foriera di liberi processi creativi e di stimoli per atti del pensiero e della mano.

Una di queste facoltà, ereditate dal magico tempo dell’infanzia, è quella, per esempio, di associare, in una sorta di relazione analogica, affiancandole e confrontandole a colpo d’occhio, le immagini di due oggetti (diversi per funzione e per genere ma simili tra loro sul piano simbolico e formale), facendole diventare l’una metafora dell’altra. Oppure, d’immaginare “paramorfismi” – faccio uso di questo termine non nell’accezione che esso riveste in campo medico della fisio-patologia – a seguito di osservazioni comparate sulla realtà oggettiva particolarmente curiose, su cui poi è interessante lavorare.

Questo materiale finisce poi per confluire nel “magazzino delle immagini”, dove, decantato e modificato ad opera dall’inconscio, assume un altro senso, un altro sembiante ed un alto valore simbolico.

Oggi, come allora, esso può essere elaborato in forme che evolvono parallelamente ai modelli originali che lo hanno generato, a partire dall’iniziale dato percettivo, riferito a frammenti della realtà avulsi dal loro contesto. E, poiché ciascuno, come singolo individuo geneticamente definito, è portatore del risultato dell’interazione tra il modo in cui ha percepito la realtà e ciò che ha appreso dall’educazione, si può osservare come s’instaurino, in campo artistico, gli infiniti processi di metamorfosi e di trasfigurazione/elaborazione estetica del proprio vissuto.

Attraverso questo “filtro” creativo, in cui agiscono svariati fattori, non ultimo quello psichico e quello sociologico, si forgiano le opere, frutto del pensiero, soprattutto, ma anche dell’abilità tecnica ( la teknè ) posseduta da chi le rende reali e fisicamente tangibili.

Recentemente, lavorando allo sviluppo di queste forme, il risultato si incarna in un nuovo ciclo di opere plastiche, pittoriche ed incisorie che ho denominato “oggetti paramorfici” e “arkhaeo”, già presenti nella personale, curata da Enzo dall’Ara: “ Odisseauno” tenuta alla Galleria Comunale d’Arte “Ex Pescheria” di Cesena nel 2003. Esse tendono a ri-creare o solamente ad evocare immagini della mente, riferite a miti arcaici e classici nonchè a fascinazioni archeologiche.

Si tratta d’immagini che, in una visione arcaicizzante delle forme, provengono dalla memoria di un mondo solare e mediterraneo, la cui percezione mi risulta ancora di grande nitidezza plastica, caratterizzata da eclatanti contrasti luministici e da vibranti accensioni cromatiche. Per comprendere questo, bisogna sapere che cosa significhi essere nato in una delle “Puglie”. Sì, Puglie, al plurale, come appunto si solevano chiamare queste terre prima dell’attuale denominazione geografica che le riunisce nell’identità di unica regione.

Nell’era arcaica, prima dell’ultima colonizzazione magno-greca del VII Sec.a.C. e della successiva conquista romana di Taranto (l’antica Taras) del 209 a.C., la Puglia era abitata da popoli autoctoni fieri e indipendenti, come Dauni, Iapigi, Peucezi, Enotri, Messapi. Tutti egregiamente dotati di propri e autonomi patrimoni culturali che, all’epoca, finirono per confluire nel grande calderone della tradizione ellenistica della Magna Grecia prima e, in seguito, di Roma .

Una piccola, quasi impercettibile tessera, dunque, di un vasto, variegato mosaico geo-antropologico che si compone oggi di luoghi carichi di storia millenaria, ricchi di affascinanti testimonianze dell’antichità e ancora risonanti degli echi di lontani miti pagani. Luoghi in cui si parlano coloriti e diversificati dialetti, dove si celebrano antiche e gentili tradizioni popolari e dove, talvolta, è possibile avvertire imprevedibili ed ineffabili ‘umori’, dettagli e sensazioni che ricompongono il ricordo dell’infanzia.

La Puglia, arcaica e splendente di un tempo, fu molto frequentata e amata da Federico II di Svevia, grandissimo imperatore, uomo di vasta cultura e illuminato precursore dell’Umanesimo che già nel XIII secolo, disseminò questa terra d’insigni monumenti architettonici, guadagnandosi gli epiteti di “Puer Apuliae” e di “Stupor mundi”.

Serve anche sapere che, all’ombra di una singolare Torre-vascello, circondata da pini d’Aleppo e sulla cui sommità svettava un pennone sul quale venivano un tempo issati segnali marinari, a volte, si tratteneva a giocare un bimbo.

Egli fantasticava, bramoso d’avventure, simile al fanciullo del “Bateau ivre” di Rimbaud che << accovacciato e triste vara / in una nera e fredda pozza / il suo battello, tenue come farfalla a maggio>> immerso in un paesaggio bucolico d’aspra e seducente bellezza, dove, in un torrido meriggio, si potrebbe vedere ancora aggirarsi il dio Pan! Oppure scorgere, ad un tratto, Dafne, la ninfa tramutata in alloro da suo padre, a cui aveva chiesto aiuto, per sfuggire al corteggiamento di Apollo!

Paesaggio dominato da sacrali e possenti ulivi, pervaso da forti profumi di piante odorose, mescolati talvolta ad irresistibili fragranze di buoni cibi… Ed antiche fiabe, ascoltate in silenzio e con stupita attenzione sotto le stelle d’Agosto, al soffio leggero di un dolce Favonio. E conservare la memoria di profonde gravine carsiche, lussureggianti di variegata vegetazione e disseminate di grotte misteriose e di aspre rupi, testimoni di una storia geologica antichissima. “[…] letti di fiumi abbandonati, tombe violate di un’acqua scomparsa” come scrive Cesare Brandi nel 1960 nel suo libro “Pellegrino di Puglia”.

Di cripte basiliane (laure) a pochi passi da antiche e solitarie “masserie” costruite con l’umile sapienza della civiltà contadina.

Di “bianche case dal cuore fresco e pulito”, di “strani comignoli” sotto un cielo di seta, azzurro e profondo, invaso da enormi nubi di un bianco abbagliante, gonfiate dallo Scirocco e sospinte dalla Tramontana. E come non ricordare con affettuosa gratitudine quelle intere giornate domenicali trascorse in compagnia di mio padre, tecnico nei cantieri navali? E lo straordinario effetto prodotto sull’immaginario infantile dall’assistere in quelle occasioni a numerosi vari di grandi navi, a cui guardavo con occhi colmi di meraviglia.

Cogliere e custodire il segno impresso da quell’irripetibile avventura dell’occhio e dello spirito è, in fondo, essenzialmente, nutrire e dare corpo a un’arte fatta di contenuti interiori e di suggerimenti allusivi. Così, in seguito, ho lavorato su una meditata decostruzione–ricostruzione dell’immagine (l’icona pittorica), ottenendola in svariati modi, anche attraverso la tecnica del collage sulla tela, coniugata alle tradizionali tecniche della pittura eseguita con media diversi.

Frutto segreto di controllata astrazione, ciò diventa specchio poetico e processo fondante di ri–creazione simbolica di quell’avventura dell’anima che – oserei dire – deve sospingersi indagando fin dentro i più “precari avamposti dello sguardo”. Tutto all’insegna di una sofisticata e, a volte, divertita provocazione dei sensi, che contamini e faccia collidere tra loro le più svariate esperienze, e ciò per me rappresenta una lotta senza tregua al torpore del quotidiano.

Con buona pace delle certezze e della tranquillità dei fruitori ! “Avamposti dello sguardo” è il titolo di una mostra tenuta a Chartres nel 2000, curata da Odette Gelosi. Avamposti dello sguardo dislocati in un “altrove” in cui muovermi a mio agio, là dove il ”sogno” mi porta, lontano dal villaggio natío (sempre amatissimo) e pur sempre facendo uso degli stessi polmoni che ne hanno respirato la prima dolcissima aria!

Il lavoro, dunque, per me passa eticamente, anche a costo di sofferenza, attraverso una costante, rinnovata indagine/verifica del sentire, in arte e per l’arte. Mentre purtroppo il pubblico, nella stragrande maggioranza, stenta perfino ad accorgersi dell’esistenza e del senso del prodotto-arte.

Un itinerario in cui intime emozioni ed ansia di sperimentazione avanzano di pari passo. E’ come incamminarsi (in solitudine) per reconditi e silenti sentieri interiori, senza poter sapere con chi l’anima stia dialogando, né con quali misteri si confronti.

Paul Klee nel 1920 scriveva: “l’arte gioca con le cose ultime un gioco inconsapevole, e tuttavia le raggiunge ”. Ebbi a commentare così questo pensiero di Klee nella mia relazione al Symposium della VI Biennale d’Arte di Sharjah (U.A.E.), 2003 : “[…] In questa riflessione di Paul Klee, frutto della complessa personalità del grande artista elvetico, sono evidenti le potenzialità di quell’ancestrale atteggiamento dell’uomo che è il bisogno di comunicare attraverso figure e sistemi segnici. Specificatamente, facendo un uso estetico-propiziatorio di questi, sentirà inconsapevolmente e da subito la necessità di fare arte, in un insopprimibile anelito ad affrancarsi dal dolore e dalla morte.

Questo misterioso, problematico e potente mezzo d’espressione che si identifica nelle arti visive, supera di gran lunga in qualità ed efficacia tutto ciò che possono offrire, messi assieme, gli strumenti mediatici di comunicazione oggi a nostra disposizione, perché, a differenza di questi, essa è carica di stratificazioni e sfumature espressive inimitabili che scaturiscono dall’entità biologica e dalle complesse personalità degli artisti.

L’arte crea le basi per nuovi orizzonti del gusto estetico, poiché ha il potere d’influenzare in modo trasversale e totalizzante quello che sarà poi prodotto negli anni a venire in altri campi come architettura, design, fotografia, moda, musica, cinema, pubblicità e quindi anche nuovi stili di vita.” (pubblicato sulla rivista on-line “Arte & Carte”- Aprile 2003 ). Ed è altresì vero che, storicamente, l’arte è rimasta a sua volta influenzata e, in non pochi casi, ha stabilito collegamenti, compensazioni e contaminazioni con altri ambiti delle attività umane.

Là, negli spazi cosmici dell’illimitato, là dove né la scienza né la mente umana (quest’ultima a causa dei propri limiti strutturali) riescono ancora a fornire una risposta ai quesiti fondamentali dell’esistere, e neppure a dare una misura definita ai fenomeni che ci sovrastano. Intorno a questo cerco di lavorare per tentare un’interpretazione dell’assoluto (che tuttavia mi sfugge), ribellandomi all’apparente impossibilità di un’alternativa e inventando infinite repliche del possibile. Davvero ardua impresa riuscirci, ma non per questo impossibile.

Ne consegue per me che, in spaesanti compresenze, tutto può apparire sulla tela: il visibile-non visibile in un’astratta e dilatata dimensione, un’ambigua singolarità, epifania spogliata del familiare e del quotidiano, in una perenne rincorsa semantica tra significante e significato.

Basta solo intraprendere creativamente il proprio “viaggio” come lo concepiva più di un secolo fa Marcel Proust : “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.”

Ed ecco il Sogno trionfare sui miseri schemi del mero calcolo quotidiano, del cinico perseguimento del profitto e del gretto spietato raziocinio che sta soffocando, oggi più che mai, la nostra anima, facendola morire lentamente di volgare chiassosa realtà e pericolosa omologazione!

In tempi di becero consumismo, di fronte al dilagare di un imbarbarimento culturale generalizzato, credo fermamente, come già in molti vanno affermando, che il mondo attuale, già gravemente impoverito di valori umani fondamentali, potrà salvarsi dal completo “disastro estetico” (e non solo), se l’uomo saprà ritrovare la capacità di meravigliarsi, di gioire ed emozionarsi dinanzi alla bellezza. Quella della natura e quella dell’arte, in tutte le sue forme e manifestazioni.

Appassionarsi, gioire ed emozionarsi che, in una prosa poetica dedicata al catalogo della mostra “Metafore” (I Quaderni del Circolo degli Artisti. Faenza, 1998), lo scrittore Gian Ruggero Manzoni definisce: “ […] Manifestazioni di una resistenza al male, / riaffermazioni di un primato, riconsiderazioni primarie / di ciò che nell’Oltre deve essere portato, / perché di un oltre all’uomo, l’umano si deve cibare.”

Recentemente il mio lavoro si è articolato, parallelamente alla pittura da cavalletto, anche nell’affascinante mondo dell’incisione, con lo stesso assoluto amore nutrito per la pittura. E, al culmine della tensione, nell’attimo folgorante della verità, è esperienza indimenticabile sollevare lentamente il bianco immacolato “sudario” di cellulosa ( la carta ancora umida ) che, compresso tra il ferro e il feltro del torchio sulle trasudanti ferite della lastra matrice, ne raccoglie con assoluta fedeltà i più impercettibili umori.

Ho esplorato con curiosità e passione quest’antica arte, praticandone volutamente tutte le varie fasi esecutive per approfondirne le varie tecniche sotto la guida di un valentissimo maestro. Ciò mi ha consentito ulteriori possibilità linguistiche e sperimentative, passando dalla vellutata e misteriosa Puntasecca all’austera Acquaforte, dalla delicata e sensibile Vernice Molle alla tenebrosa e scultorea Maniera Nera.

Tecniche, queste, tutt’altro che spedite, alle quali occorre avvicinarsi con scrupolosa fedeltà ai canoni procedurali (ben codificati e collaudati) tenendo ben presente che la grafica come prodotto finale dell’arte incisoria deve possedere, oltre che validi contenuti, un linguaggio autonomo che poco o niente concede a contaminazioni con altri linguaggi artistici. Tuttavia ciò non esclude la più ampia delle aperture alla sperimentazione, che caratterizzano così marcatamente l’arte del Novecento e quella dei nostri giorni. Arte che risente pure della fondamentale influenza della tradizione, anche quando segue le strade assolutamente nuove della ricerca e si addentra nella sempre maggiore complessità del mondo contemporaneo, divenendone il fedele riflesso.

 

Note sull’autore

FRANCO PALAZZO nasce a Crispiano nel 1938. Terminati gli studi superiori, si dedica a pittura, scultura ed incisione e frequenta i corsi di Tecniche dell’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Esponente negli anni Novanta dell’Europ-Art Group di Ravenna, viaggia in Francia e in Spagna entrando in contatto col mondo artistico europeo. .E’ del ’73 la prima di numerose mostre – tra individuali e collettive – tenute in Italia, Austria, Francia, Spagna, Repubblica Ceca e U.S.A., fino alle recenti personali al Circolo degli Artisti di Faenza, al Palazzo della Provincia di Ravenna, al Palazzotto dell’Arte di Foggia ed alle Ex Pescherie di Cesena. Viene invitato nel 1988 alla rassegna “10 Jahre Kunst aus Ravenna” a Salisburgo e nel 2000 alla Collégiale Saint-André a Chartres. Nel 2001 partecipa a “Progetto Ambiente”, Galleria del Credito Valtellinese, invitato dai curatori Martina Corgnati e Julien Blaine. Nel 2003 è invitato alla VI Sharjah International Art Biennial (U.A.E.) ed alla Kunstmesse Salzburg (A). Nella più recente produzione dell’artista le opere sembrano segnate da una forte tensione espressiva, frutto di un’incessante ricerca intesa come sfida all’inconoscibile. .In questo stadio si manifesta la tensione verso il più rigoroso equilibrio formale e compositivo, che sfocia nel ciclo delle Torri-Navi. Segue il ciclo delle singolari Incisioni e delle sculture Paramorfiche e Arkhaeo di forme e contenuti allusivi e paralleli alle evidenze del reale, nelle sue infinite possibilità interpretative. Per l’osservatore è un invito ad un metaforico viaggio fuori dallo spazio-tempo, attraverso gli utopici e misteriosi sentieri della memoria. Ambigue immagini, misteriose icone, talvolta ironiche e sconcertanti, vanno oltre il loro stesso apparire, consumano l’enigma dell’essere ed esorcizzano l’angoscia del nostro tempo, mostrando ora la ragione, ora la fantasia, sempre la speranza.

OPERE IN MUSEI E PUBBLICHE COLLEZIONI: Biblioteca Nacional, Madrid (Spagna) ;  Pinacoteca del Ajuntamiento, Nàquera (Comunidad Valenciana, Spagna);  Pinacoteca del Ayuntamiento, Rèquena (Spagna);  Museu d’Art Contemporani, Pego (Alicante, Spagna);  Pinacoteca de Arte Contemporàneo, Zarzuela del Monte (Segovia, Spagna);  The Florida Museum, Miami, FL. (U.S.A.);  MAGI ‘900, Museo delle Generazioni Italiane del ‘900, Pieve di Cento (Bo);  Museo Dell’Incisione, Castello dei Paleologi, Acqui Terme (Al);  Gabinetto delle Stampe Antiche e Moderne, Bagnacavallo (Ra);  Collezione Civica del Comune di Crispiano (Ta);  Collezione Civica del Comune di Palazzuolo sul Senio (Fi);  Collezione d’Arte della Provincia di Ravenna;  Museo “Remo Brindisi”, Lido di Spina (Fe);  IVAM, València (Spagna);  Medunarodna Galerija Portreta, Tuzla (Bosnia – Herzegovina);  MAR, Museo d’Arte della Città, Ravenna;  Sharjah Arts Museum, Sharjah (U.A.E.);  Collezione Archivio-Sartori, Mantova;  Museo Civico, Foggia;  Collezione “Cesare Zavattini” c/o MAGI ‘900, Pieve di Cento (Bo); Casa Museo, Sant’Alberto, Ravenna.; Collezione Duilio Zanni, “Tondi d’Autore”, Milano: Collezione Libreria Bocca, Milano; Collezione d’Arte dell’Associaz.”Francesco Francia”, Bologna. Collezione d’Arte; Castello di Policoro (MT).

Sito:  http://www.francopalazzo.it/

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