L’arte ebraica e la cabala

Nadine Shenkar

 

 

Per capire la complessità del soggetto, l’arte ebraica e la Cabala, sarebbe forse utile presentare la problematica dell’arte ebraica e la dialettica della Bibbia ebraica che è basata sul paradosso. Io darò un primo esempio: la terra d’Israele fu data ad Abramo con la promessa divina; eppure, quando lui arriva là, il popolo cananeo, straniero anche lui, viveva già là. Quale fu la sua reazione? Invece di utilizzare la violenza o di essere disperato, lui vaga di qua e di là sulla terra e fa un altare in cui proclama il nome più segreto di Dio, il Tetragramma. Lui sa profondamente che la vera conquista è una conquista spirituale. Il secondo esempio: Adamo è il primo uomo, deve morire come tutte le creature della terra, eppure è stato creato a immagine del creatore, o En sof, cioè, nella lingua della Cabala, l’infinito, e quest’uomo è responsabile della creazione intera. Terzo esempio: Adamo è totalmente libero, ma la storia intera è già conosciuta dal creatore. Quarto esempio di paradosso: i moabiti sono condannati per l’incesto di Lot con le figlie e pertanto Rut, la moabita, decide di raggiungere il popolo d’Israele e, dopo il suo matrimonio con Boà di Giudea, sarà la madre della linea di Davide, il re, da cui discenderà il Messia. Dunque si vede che l’ultima perfezione può venire nell’ultima impurità e c’è speranza per tutti. Quinto esempio: il secondo comandamento presenta la proibizione di rappresentare le immagini, nell’Esodo, capitolo 20, verso 4, eppure Bezaleel, il primo artista, farà il Tabernacolo del deserto. Nonostante il secondo comandamento gli artisti ebraici si sono espressi in tutte le forme d’arte durante i secoli. Il paese e la cultura in cui vivevano furono determinanti. Fra i cananei, i greci, i romani gli ebrei non hanno fatto arte figurativa, eppure nel Talmud ci sono discussioni molto interessanti. Per esempio, Rabbi Meir, un saggio del secondo secolo, accetta che gli ebrei abbiano statue nelle loro case. Rabbi Yehuda ha-Nasi (terzo secolo), anche. Rabbi Yohanan ammette gli affreschi nelle case e Rabban Gamliel, il capo del Sanedrin, permette anche che ci siano statue nelle terme perché sono soltanto decorazione. E non c’è nessun pericolo di Avoda Zara, di paganesimo. In contesto musulmano gli ebrei furono molto fedeli al secondo comandamento, perché i musulmani, che hanno appreso questo dalla Bibbia ebraica, non fanno statue. In un contesto cristiano gli ebrei si permettono l’arte figurativa, quindi è possibile dire che il rispetto del comandamento o la sua interpretazione dipendevano dal contesto religioso e culturale in cui vivevano. Con le scoperte archeologiche delle sinagoghe antiche in Israele e fuori, sappiamo adesso che l’arte figurativa non era assente. I mosaici di Bet-Alfa, in terra d’Israele, con i segni dello zodiaco, il dio Elio sul carro e le quattro donne o allegorie delle stagioni agli angoli, accanto al non-sacrificio d’Isacco, o agli oggetti del Tempio, sono la prova di questo. Corazin, Cafarnao, Bet Shearim testimoniano la medesima presenza del figurativo. La scoperta di due sinagoghe a Dura-Europos, in Siria, nel III secolo, rivela magnifici affreschi che rappresentano diverse scene bibliche con una moltitudine di personaggi. Anche le aggadot, storia della pasqua ebraica, manoscritti del Medioevo e altri manoscritti miniati hanno sempre fatto uso dell’arte figurativa. Potremmo ritenere che il pensiero ebraico, così fortemente impregnato della potenza della parola, del numero, della musica, della matematica non sentisse il bisogno d’inscriversi nell’immagine. Eppure Dio incarica Bezaleel, il primo artista, di una delle più belle creazioni artistiche della storia religiosa, il mishkan, in ebraico, o Tabernacolo del deserto. Nello stesso tempo ci si deve interrogare sul fatto che gli ebrei, che sono stati famosi in filosofia, letteratura, scienza, musica, non hanno mai prodotto un Michelangelo o un Tiziano. Gli ebrei sono stati molto distanti dall’arte plastica. Bisogna forse cercare più profondamente nell’anima ebraica e nella sua specificità le vere ragioni dei suoi rapporti ambivalenti con l’arte plastica. La prima ragione è per me la più semplice e la più evidente, ed è che la Torah, come tutta la Bibbia, si contrappone all’arte pagana, cananea, ittita, mesopotamica e ancor più egizia, e condanna are, sfingi e leoni alati come un abominio e un insulto all’intelletto e ai sensi. Il disprezzo dei profeti d’Israele per le statue che hanno occhi e non vedono, che hanno orecchie e non sentono si indirizza di fatto verso tutte le forze mitiche, magiche o naturali che hanno esercitato il loro potere sull’uomo nel corso del tempo.

La seconda ragione è molto più complessa e consiste nel fatto che, oltre alla volontà di spezzare gli idoli, la Torah afferma la necessità capitale per l’uomo di non vivere a livello della natura, ma di superarla, la necessità non di disprezzarla ma di controllarla, di dominarla e di non accontentarsi di imitarla. Se, per esempio, il corpo umano è supposto venire al mondo compiuto, perfetto, per la Torah, e questo è uno scandalo, questo corpo è incompleto. La circoncisione, o brit mila, alleanza della carne, interviene a perfezionarlo scoprendo l’organo della procreazione, ma non si perfeziona aggiungendo, bensì togliendo, privando, come nella scultura. Il bambino diventa ebreo soltanto all’ottavo giorno di vita, quando ha compiuto una settimana, quindi unoshabbat, più un giorno, quando ha superato il sette, lo statuto naturale del sette che è la perfezione naturale, do-re-mi-fa-sol-la-si, per elevarsi al registro dell’otto, simbolo, nella tradizione ebraica, del marchio umano sulla natura. Anche le otto candele che vengono accese per la festa di Hanukka, in dicembre, sono l’espressione di questo superamento e la correzione umana dello stato naturale, il tikkun nella lingua della Cabala, cioè la riparazione, la restituzione dei ricettacoli spezzati, come nel libro dello splendore, Zohar, che è il primo libro e il più importante dei 3000 libri della tradizione Cabala. I 613 comandamenti della Torah non sono, come troppo spesso si suppone, la legge austera e rigida di cui il cristianesimo ha fatto la caricatura, ma invece la chiave di questo superamento della natura, la possibilità data all’uomo di elevarsi dallo stato istintivo, pulsionale a quello del controllo di sé a differenti livelli: in materia d’alimentazione, per esempio, o di sessualità, d’etica sociale e religiosa. Tuttavia il corpo non è, come nel pensiero platonico, quell'”…involucro che bisogna nutrire, vestire e soddisfare”, ma con i suoi bisogni, le sue debolezze e le sue esigenze tende a diventare ciascun giorno un po’ più il ricettacolo della luce. Più il corpo si perfeziona, si affina, più grande è la luce che vi penetra; vale a dire che il corpo è sacro quanto l’anima, di cui è l’unico veicolo. La Torah rifiuta che l’uomo sia sottomesso agli idoli come alle forze naturali e alle pulsioni. Darò un un solo esempio rispetto all’alimentazione: gli ebrei, per esempio, possono bere prima del latte e dopo mangiare della carne, invece mangiare una bistecca e dopo mangiare del Camembert è una cosa impossibile per una persona che rispetta i comandamenti. È strano, perché che differenza c’è in un senso o in un altro, ma per la tradizione c’è un’importanza grandissima, perché il latte è il simbolo della vita e la carne è simbolo della morte e, dunque, andare dalla vita alla morte è una cosa naturale, ma andare dalla morte alla vita non è naturale. In questo, per esempio, la tradizione si oppone all’Egitto antico dove nella piramide si portavano ai morti cibo, birra e pane. Dunque è veramente una questione di educazione. La terza ragione, ancora più complessa, è la fluidità del pensiero ebraico e della lingua ebraica. Il presente non esiste nella Bibbia, ci sono soltanto passato e futuro. E questo è ancora più complesso, perché nella Bibbia, non nell’ebraico moderno, il futuro si può cambiare nel passato e il passato nel futuro. È veramente una cosa molto strana, perché, quando ho voluto studiare la Bibbia da sola, senza professore, a quattordici anni, ho preso la Bibbia ebraica e una traduzione francese. Quando si legge “Veavtà…“, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, la parola ebraica Veavtà è, grammaticalmente parlando, un passato, ma nella traduzione francese era un futuro. E dopo ho letto vaiomer: “Dio (o Mosè)vaiomer (dirà)” è un futuro, e nella traduzione francese è un passato, “ha detto”. Ho pensato che gli ebrei sono pazzi, perché gli occhi vedono un passato e la mente comprende un futuro, e gli occhi vedono un futuro e si deve comprendere un passato. E ho capito, dopo due o tre mesi, che una sola lettera, il waw, la lettera che corrisponde al 6 in ebraico, che è o/o, soltanto questa piccola lettera può cambiare il passato in futuro e il futuro in passato. Dunque, qual è la conclusione? La conclusione è evidente, che non c’è né il passato e né il futuro o il passato è anche il futuro e il futuro è anche il passato. Si ha l’impressione di leggere un libro di Stephen Oking sul tempo. Dunque l’arte per gli ebrei è qualcosa che rischia di diventare stereotipo.

L’eternità va trovata al di fuori dello statico, dello spazio chiuso e bloccato della terra. Questa concezione ebraica dello spazio-tempo è totalmente opposta alla concezione greca in cui il tempo è un circolo chiuso in cui Cronos mangia i suoi figli. In questo tempo greco non c’è creazione, perché l’atomo è eterno, non fu creato. Non c’è nella concezione greca né fine né inizio, e bisogna leggere il Timeo di Platone per poterlo capire. Il fatum, il destino crudele, conduce tutto, quindi ecco la disperazione degli uomini nella tragedia greca. Nella Bibbia ebraica c’è un inizio e questo inizio è la creazione del mondo, Bereshìt barà Elohim , “Al principio Dio ha creato”, ma barà è creare dal nulla, veramente il big-bang. C’è un bereshit, c’è un inizio, una genesi, e ci sarà anche una fine. Il tempo, dunque, non è un circolo chiuso come per i greci, ma una spirale. E l’uomo si muove dall’istinto brutale di Caino, di Lot, uomini del diluvio, verso il tikkun, cioè la restituzione, la riparazione dei ricettacoli, con Abramo, con Giacobbe e altri. Presso gli ebrei il nome di Dio, com’è espresso nel Tetragramma, designa l’essere che fa venire all’esistenza, è l’essere e il divenire insieme, ma il divenire per Platone è scandaloso. D’altronde, in ebraico, il verbo essere al presente non si coniuga, poiché l’essere è, per definizione, ciò che si trova in perpetuo divenire. Quando Mosè, dopo che è andato a prendere gli ebrei per farli uscire dall’Egitto, domanda a Dio quale sia il suo nome, Dio dà questa risposta incredibile, perché nella Bibbia ci sono molti nomi di Dio che sarebbe peccato tradurre se ci fosse soltanto il termine “Dio”, ma in ebraico Dio non è mai designato con questa sola parola: ElohimElEl Shaddai, e il Tetragramma yudche – waw – che, Y-H-W-H. Dunque lui dà questa risposta: “Eyé asher eyé”, letteralmente “Sarò ciò che sarò”. Dunque, l’infinito non può dare una definizione, non è Budda, non è una statua. E Rashid, il grande comandante francese del Medioevo, dice: “Io sarò ciò che voi (gli ebrei) vorrete che io sarò”. Dunque è sempre un divenire, è sempre una dinamica. Diversamente dal tempo ciclico e spazializzato del pensiero greco, il tempo ebraico è legato a una qualità naturale, è pulsazione e ritmo. Per esempio, in ebraico, quando si dice un momento, come dice Bergson, un momento è un posto nella linea del tempo dello spazio; ma invece quando in ebraico si dice istante,regah, che è radice del verbo ragoah, riposare, questa è una pulsazione del cuore, dunque l’istante è veramente il tempo della pulsazione del cuore. Il tempo ebraico è pulsazione e ritmo, e la Bibbia ha colto l’uomo, l’essere umano attraverso la durata nel suo flusso, attraverso il tempo, e insegna all’uomo a liberarsi dello spazio, a pensare la realtà in termini di durata. Questo tempo ha un inizio e anche una fine. È un tempo costruttore e salvatore e Dio agisce entro un tempo storico: “Io sono Dio, il tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù”, è il primo comandamento. La morte è inevitabile e naturale, quindi la questione dell’immortalità non esiste nella Bibbia, come per esempio l’ossessione dell’Egitto antico o l’ossessione di Gilgamesh in Mesopotamia per cercare la pianta dell’immortalità. Questa cosa non esiste mai in tutta la Bibbia. Il Cantico dei Cantici, uno dei più bei canti d’amore, nella Bibbia, offre a questo riguardo un esempio convincente, con le sue immagini essenzialmente legate al movimento:
Le tue chiome sono un gregge di capre,
Che scendono dalle pendici del Galaad.
I tuoi denti come un gregge di pecore tosate
Che risalgono dal bagno
[…] “.
L’amata viene paragonata a una “fontana che irrora i giardini”, a un “pozzo d’acqua viva”, a “ruscelli sgorganti dal Libano”. Lo shir ha shirim, il Cantico dei Cantici, è costituito di elementi dinamici in cui l’essere è soltanto divenire. La giumenta, la cerva, la gazzella, il cerbiatto suggeriscono questo movimento costante di corsa e di fuga. Nessun elemento fisso entra in questo testo poetico in cui “i capelli grondano di rugiada”, “le labbra stillano miele vergine” e il nome del giovane, dell’amante, è “un profumo olezzante”. Se Dio santifica il tempo, cioè il sabato (lo shabbat-Bereshit, nella Genesi), l’uomo santifica lo spazio con la spiritualità che vi apporta. L’incontro fra i due ha luogo per eccellenza in questo Tabernacolo del deserto che si chiama, nella Torah, ora mishkan, residenza, quando è passivo, ora ohel moed, la Tenda del Tempo, quando si dispiega nello spazio. È straordinario pensare che la prima grande opera artistica e religiosa degli ebrei, nel deserto, si chiamava ohel moed: letteralmente lo “spazio-tempo”. 3000 anni fa si enunciava il concetto dello spazio-tempo, ripreso da Einstein oggi. La Tenda del Tempo è movimento e, quando è a riposo, la sua anima è la mobilità del servizio che prende vita in essa: il canto, la musica e le preghiere. C’è qui un concetto profondamente rivoluzionario del religioso e dell’artistico. Il microcosmo del mondo si trasferisce in un universo in movimento, e l’uomo nel suo intimo fa l’esperienza fisica della tensione verso l’alto: canti, incenso, sacrifici. Gli ebrei andavano nel deserto e i Leviti dovevano costruire e ricostruire quella tenda, ogni due giorni, ogni tre giorni, dipendeva… Il sacro non può essere fissato salvo morire. E il popolo ebreo mira sempre a una terra, ma rimane sempre in viaggio in un altrove. Rav Nahman di Bratslav, un grande saggio ebreo, diceva: “La scala di Giacobbe è l’uomo stesso”, e lui diceva anche: “La santità non si trova nel cielo, non si trova sulla terra; la santità si trova nella tensione fra la terra e il cielo”. E se la Tenda del tempo è una struttura mobile per una presenza mobile, allora lo scritto, cioè la Torah, racchiuso nel Santo dei Santi, sarebbe un’essenza immobile in una struttura mobile, la Tenda del Tempo. Il Davide di Michelangelo è per tutti una meraviglia, eppure gli ebrei preferiscono il Davide della Bibbia, dello scritto, perché lì si vedono tutte le sfaccettature dell’uomo, del re, del giovane, del mistico amante di Dio e del grande musicista. Come il filosofo Avraham Heshel ha scritto, “Gli shabbat (sabati) sono le nostre cattedrali”, dunque il tempo è per gli ebrei quello che lo spazio è per l’occidente. L’ebreo, dunque, è l’uomo del tempo, non dello spazio. E il sabato è la consacrazione del tempo sacro ogni settimana che si manifesta come fine di tutta la creazione materiale. Nel sabato che si fa? Il sabato non è riposo: sabato è cessare di creare. Un popolo intero non vuole più creare durante un giorno, soltanto meditazione, riflessione intima. L’ebreo preferisce la dinamica, la tensione, la fluidità, l’asimmetria. L’armonia, la perfezione sono troppo statiche, come una prigione. E dunque non è strano se in alcune case di ebrei molto religiosi c’è sempre un posto, un posto piccolo nel muro, nella casa che non è finito. Perché? Per indicare che la perfezione non esiste nel mondo umano. E dunque, quando la mia macchina ha ricevuto un colpo due mesi fa, io ho pensato: “Questo si deve lasciare”. È molto bello, perché la perfezione non esiste, e dunque la mia Fiat adesso è così. Il famoso verso di Bereshit :”Yafet deve vivere sotto le tende di Sem” è in ebraico veramente interessante, perché “Yafet“, “Yofi“, “Yafé” è il bello, in ebraico, e “Iafet” è la Grecia, secondo i saggi, è l’estetica, il bello, e dunque, secondo questa prospettiva, l’estetica deve vivere sotto la tenda dell’etica, perché “Sem” è il nome e l’essenza, l’etica. Quindi l’estetica è dipendente dall’etica, ma questo un artista non può accettarlo. Questo è molto diverso dalla prospettiva occidentale.

Quarta ragione: nella prospettiva ebraica l’oggetto artistico non esiste in sé, non ha nessuna ragione d’essere se non è il veicolo dello spirituale e del sacro. La prima creazione artistica degli ebrei fu subito, a quanto sembra, il loro apice, il mishkan o Tenda del Tempo, questo Tabernacolo del deserto: fu eseguito da Bezaleel e da altri artisti, secondo misure fornite dall’alto, precise e chiare, senza che da nessuna parte vi fosse un modello di riferimento, come se l’apogeo dell’arte si situasse nell’adeguamento non a un modello della natura, ma a uno schema del pensiero. Il Tabernacolo, quindi, è il microcosmo del mondo. Quando entrano nel Tabernacolo ricevono una lezione di fisica ed astrofisica. L’oggetto, l’opera d’arte non avrebbe valore per sé, ma tradurrebbe la relazione che si tesse fra il mondo spirituale e il mondo materiale. La metafisica ebraica mette l’accento sul corpo come ricettacolo dell’anima, donde la necessità di purificarlo per mezzo delle mitsvot, cioè comandamenti. Siamo ben distanti sia dalla dualità greca sia dalla dualità scolastica. Così l’opera d’arte non può avere per confine ultimo la propria essenza, ma tende ad essere, come si dice nella Cabala, una matrice, lamalhut, un ricettacolo in grado di ricevere la luce dall’alto o shefah. E nella Cabala, questa matrice, questa malhut, l’ultima sefira, è femminile, femminile perché lei possa ricevere e dopo dare, influenzare, come un pozzo. Il pozzo d’acqua riceve l’acqua e dopo dà l’acqua a tutti. Dunque il principio maschile è di dare, influenzare e il principio femminile è ricevere e dopo dare, passivo e dopo attivo, dunque doppio. Perciò aspira a trascendere le rigidità dell’arte e a trasmettere il fluido dinamico della vita. Adesso, non sarà una grande sorpresa dire che l’arte ebraica fu sempre un’arte concettuale; è soprattutto simbolica. Per esempio la menorah, il candelabro con sette bracci, non è un candelabro per la luce, ma è veramente semplificazione. La menorah, che era tutta un pezzo unico, senza saldatura, d’oro puro, questa menorah era veramente il simbolo dell’albero, l’albero della vita, con tutte le sefirot dalla testa ai piedi,(ovvero i dieci elementi del corpo umano, n.d.r.), e con tutta la dinamica del corpo e della mente. La luce è simbolo dell’anima e la menorah, il candelabro, del corpo, il corpo stesso dell’uomo. E non si può separare, perché la menorah senza la fiamma è morta e la fiamma senza il corpo non esiste, dunque la menorah è relazione; come nel Tai Chi, il cielo e piedi, radici nella terra. L’arte, dunque, è relazione con l’alto, rivelazione del segreto spirituale dell’infinito o En sof. L’arte rivela il trascendentale e l’artista è il suo prete. In conclusione, ma è impossibile in ebraico concludere, perché una conclusione è fermare, chiudere tutto, mentre bisogna che tutto rimanga sempre aperto, dunque non si può parlare di conclusione, ma si può vedere adesso, forse, che le immagini sono tutto, un tutto fissato; le immagini sono lo statico, un tutto che ferma la visione del pensiero. Vedere un’immagine non è vedere. Il Santo dei Santi è l’immagine che non si vede mai. Come diceva Franz Kafka al suo giovane amico Gustav Ianus, a Praga: “La fotografia nasconde la segreta natura di una cosa. Il cinema è fatto di immagini danzanti che fanno dell’osservatore un cieco”. E Kafka diceva ancora: “Noi, il popolo ebreo, non siamo pittori, non sappiamo rappresentare le cose in modo statico; noi vediamo tutto in un flusso, un cambio permanente. Non siamo pittori, siamo narratori”.

 

Tratto da una Conferenza di Nadine Shenkar dal titolo L’arte ebraica e la cabala, a Padova 11 aprile 2001. http://www.chiweb.net/shenkar.html

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