Anselm Kiefer e i metri quadri dell’arte

Antonio Marchetti

 

 

Ne I tre usi del coltello David Mamet (*) scrive: «Lo scopo dell’arte non è cambiare ma allietare. Non ritengo che il suo scopo sia illuminarci. Non ritengo che sia cambiarci. Non ritengo che sia istruirci. Lo scopo dell’arte è allietarci: alcuni uomini e donne (non più in gamba di voi o di me) la cui arte può allietarci sono stati esonerati dal compito di andare ad attingere l’acqua e a raccogliere la legna. Tutto qui». Un suo personaggio, un attore dentro un set cinematografico turbolento, dice tra sè: «sempre meglio che andare a lavorare». E Flaiano: «mi spezzo ma non m’impiego».

Forse qualcuno crede ancora che dilettevole sia sinonimo di banalità  e di scarsa intelligenza? Spero di no. Il diletto si estende sino alle regioni più complesse e oscure dell’uomo; purchè siano ben rappresentate e sappiano, appunto, dilettarci, allietarci.  A questo pensavo leggendo l’intervista di Anselm Kiefer rilasciata a Fabio Gambaro sul quotidiano la Repubblica del 23 maggio 2011. Kiefer è un artista che ammiro molto, ma ormai il Novecento (perchè Kiefer è artista del secolo scorso) ci ha abituato alle madornali sconnessioni psichiche di artisti, intellettuali, architetti, per non parlare dei filosofi che ancora leggiamo incantati, ma che hanno preso vergognose cantonate storiche… eppure, eppure ci hanno fatto intravedere luoghi impensati e ancora ne siamo affascinati. E poi, di alternativa, cosa rimane? E così anche la grandezza di Kiefer paga il suo debito alle altrettanto grandiose sciocchezze.

Kiefer dipinge i grandi formati per combattere il Mercato così nessuno può metterli nel salotto (sarebbe meglio “living room”, per quanto piccolino). Dipingere piccoli formati, secondo Kiefer, « è come stampare denaro, quindi rifiutarsi di farlo è un modo per resistere alla pressione del mercato. Inoltre – continua Kiefer – le opere che si vendono meglio sono di solito quelle più facili e consensuali. Tutto ciò non m’interessa. Il troppo consenso è sempre negativo». Peccato, a me piace il piccolo formato, la mia modesta collezione è quasi tutta così nel mio piccolo “living room” riminese. Direi: Piccolo e Formato, o, Piccolo è Formato. Sarebbero le misure a stabilire l’alterità, dunque (Paul Klee! Ah!). Poi c’è la questione della lotta contro il Leviatano, la lotta dell’artista (potendoselo permettere) contro il mondo e il Mercato.

Io continuerò a dilettarmi e allietarmi delle opere di Kiefer che vedrò per il mondo, e mi spiace per lui se questo può farlo inorridire, non m’importa; l’arte è al di là dei pistolotti degli artisti. Avvicinandomi ad un suo particolare materico, ad un segno-sfegio, o ad un piccolo simbolo grafico costruisco il mio microscopio e le misure per un Piccolo & Formato.

(*) David Mamet, I tre usi del coltello. Roma 2010. Bella la prefazione di Francesca Serafini.

 

Note sull’autore

Hanno scritto del suo lavoro:
Alberto Boatto, Virginia Cardi, Cristina Marabini, Umberto Palestini, Vittoria Coen, Gianni Scalia, Charles Debierre, Gianfranco Pernaiachi, Lucia Spadano, Giulio Guberti, Giacinto Di Pietrantonio, Franco Marcoaldi, Renato Barilli, Ivo Gigli, Valeria Tassinari, Claudio Cerritelli, Franco Masotti, Serena Simoni, Giorgio Marcon, Stefano Levi Della Torre.
25 Maggio 2005 – Rai international, Taccuino italiano. Andrea Di Consoli intervista Antonio Marchetti su Flaiano e Pescara (edizioni Unicopli).

Suoi testi, interviste o recensioni del suo lavoro di ricerca sono apparsi su: Alfabeta, Panorama, La Rivisteria, La Repubblica, “Rassegna delle riviste” terza rete radiofonica a cura di Franco Marcoaldi, Flash-Art, Il giornale dell’arte, Segno, La Terra del Fuoco, Tracce, Arte e cronaca, Radio Popolare Milano, Op.Cit., Il Grande Vetro etc.

Sito: http://www.antoniomarchetti.it

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