Giovanni Boldini: quadri da leggere. Note sulla questione donna.

Maria Grazia Amati

 

È sabato mattina, il sole splende, il cielo è azzurro, la primavera ha portato colori smaglianti ovunque, persino nella piatta Brianza, non vorrai mica stare in casa?

C’è quella mostra, sì, a Villa Olmo, quella sulla “Belle époque”. Ci vado. Villa Olmo è situata sulla riva del lago di Como: paesaggio bello fino all’eleganza intellettuale. Guardare quadri, guardare paesaggi: l’artificio nelle sue varie produzioni. Bellissima la passeggiata lungolago dalla Villa al centro storico di Como.

La mia formazione non comprende la storia dell’arte, non ne so molto di più dell’”uomo della strada”. Meglio, non ne so, ma trovo, alle volte, in un dipinto, la fiaba, il racconto, allusioni all’infigurabile, all’insostanziale, suggerimenti quanto all’enigma delle cose.

Così me ne sto lì, di fronte a un dipinto e vorrei potere conservarlo in un file del mio archivio cerebrale, ma, appena mi volto, quasi lo perdo, quindi lo guardo ancora: mi piace. Mi piace quella Madonna di Simone Martini quasi infastidita dall’angelo che disturba la sua lettura: di fatto, cosa c’è di più importante di un buon libro? Lo guardo, mi allontano, e poi lo riguardo. Come con le fotografie: non smetti mai di guardarle, sono sempre le stesse e sono sempre nuove, in qualche modo hanno preso il loro posto nell’originario che ci riguarda.

Qualcosa comunque resta e si conserva anche quando, a visita conclusa, esci e, insomma, vorresti tornare indietro, ma poi riprendi la strada verso altre cose. Qualcosa comunque resta e si conserva, per questo la penna dipinge parole sulla pagina senza ancora sapere di che si tratta.

Ritengo che un dipinto non sia riproducibile; i cataloghi hanno una funzione documentaristica, alle volte sollecitano la curiosità, ma l’opera d’arte parla nella sua materialità, anzitutto.

Bisogna avere la fortuna di trovarsi, un bel giorno, lì, di fronte a quel quadro per ascoltarne il messaggio in un bisbiglio di colori e disegni come, per esempio, nei quadri di Klee, o in uno squarcio di drappi, greche e figure coloratissimi, come nei quadri e negli affreschi di Giotto.

I quadri di Boldini sono del tipo che li ascolti quasi nell’urlo, almeno secondo le mie orecchie. E maggiormente quando sembrano più ligi a un’osservanza socioepocale. Forse anche per via dell’argomento, indubbiamente, poiché si tratta della questione donna.

La mostra affianca i quadri di Boldini alla moda. Ma davvero moda dell’epoca? Il catalogo che scorriamo sfogliando i ritratti esposti è quasi carnevalesco. L’eccesso di dettagli ci lascia ammirati, ma suggerisce anche il comico, persino il ridicolo. Il vestito travalica Berthe che si specchia o la giovane donna della Visita. E che dire ancora di Berthe che legge o della Contessa Rasty in piedi: gl’intrecci, le sovrapposizioni, i drappeggi, i ricami e la donna in quanto tale svanisce in una specie di mascheratura. Donne o ceramiche di Capodimonte?

Così anche nel dipinto Treccia bionda. Titolo appropriatissimo: si badi non “donna con treccia bionda”, ma esclusivamente “treccia bionda” perché il sia pur bellissimo volto di donna con treccia rimanda una stranianza che toglie qualsiasi naturalismo alla splendida capigliatura, quasi una natura morta.

Incontriamo, in una sala quasi da capogiro, che raccoglie una decina di ritratti, Mademoiselle de Nemidoff. Un ritratto enorme a tutta figura, molto bello, quasi “normale”, quasi figurativo, se non che, scorrendo la figura, ti accorgi di una vita stretta all’impossibile, mani dalle dita lunghissime e una postura aerea in cui il vestito e la stola suggeriscono quasi una danza incipiente.

La precisione dei ritratti dipinge un’innaturalezza di queste donne: e più le guardiamo e più risultano incredibili. Per un verso quasi automi, quasi bambole: un punto vita di pochi centimetri, occhi grandi, quel certo labbro superiore, quel certo naso, eleganti; per l’altro, l’esagerazione le toglie dallo standard, dal cliché e le porta al tipo. Le porta all’essenziale della silhouette.

Passiamo al quadro successivo: Miss Rita Philip Lydig. I canoni ci sono tutti, ma di nuovo la strana posa della miss, gli angoli della pettinatura, le braccia, le punte delle scarpe tracciano una spirale che ben presto la porterà a prendere il volo verso un modo della pittura quasi futurista. Un futurismo senza cubismo, quest’ultimo proprio non mi piace. Qualcosa tipo Giacomo Balla nel Dinamismo di un cane al guinzaglio, ma più estremo.

Lo stesso per Emiliana Concha de Ossa: il cappuccio, il mantello, le mani disegnano qualcosa rispetto a cui il ritratto di Emiliana è solo un pretesto. Tanto che il volto, per quanto dolce e aggraziato, risulta inquietante. Il disegno che leggiamo va oltre la somiglianza alla contessa o alla miss: è un disegno che quasi taglia il quadro, toglie il dipinto da un immaginario immobilismo che si suppone il ritratto richieda.

Tutto ciò sembra trovare conclusione nel Nudo di giovane donna o nel Busto di giovane sdraiata: pennellate a vortice sembra stiano per catturare la giovane donna in una pittura astratta.

Davvero curioso Boldini! Dipingere donne per dipingere l’epoca? Boldini s’identificherebbe con la Belle époque, con lo spirito dell’epoca, come dice uno dei curatori del catalogo?

La pittura regala a queste donne il privilegio di restare come tipi, come cifra non dell’epoca, ma di una questione irresolubile: questione donna, come qualcosa che, mantenendo il sessuale come questione — sessuale che contribuisce all’enigma e non tanto a un’identità sessuale, oggi tanto praticata, sia essa etero o omo — impedisce alle donne di significare, per esempio, il disagio o il trionfo sociale, il disagio o l’apologia della famiglia, la sessualità sacra o profana.

Paradossalmente, la perfezione del ritratto porta il ritratto stesso all’astrazione più che al realismo rappresentativo. Qual è l’oggetto del ritratto? L’uomo, la donna o cosa? Oppure l’oggetto irraggiungibile guida la mano del pittore, detta i colori. E questo oggetto rende le donne — principesse, ballerine o semplicemente fanciulle — o Boldini stesso negli autoritratti o Giuseppe Verdi — più volte ritratto — irrapresentabili. Per questo, secondo me, risultano belli: questi ritratti portano a cifra ciò che si espone alla lettura del pittore.

E un ritratto così lo vorrei anch’io! Una tale galleria richiede un ascolto senza luogo comune.

 

Villa Olmo (Como), Boldini e la Belle époque, 26/3-24/7 2011

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