Dell’arte e delle macchine

Alessandro Atti

 

Renzo, salito per un di que’valichi sul terreno più elevato,
vide quella gran macchina del Duomo sola sul piano,
come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi


Nel medioevo, i maestri della pietra puntavano al cielo i pilastri colossali, fra arcate rampanti e cupole gettate sul vuoto. Le cattedrali restavano immobili nei secoli a rivolgere al vento una semplice domanda: non siamo forse “macchine”, come Manzoni chiama il Duomo di Milano? Noi tanto più funzioniamo quanto più stiamo ferme, contro e grazie alla forza di gravità.

Perché Manzoni chiama macchina il Duomo, che per noi è solo arte?

Leonardo impegnò il suo genio a disegnare macchine e si provò anche a costruirle, per capire se, quando e come potessero funzionare.

Dopo di lui, le macchine si misero a funzionare e, nell’ottocento, la lucida locomotiva occupò sia la scena dell’arte sia la scena della macchina. e fece nascere un movimento: che cosa si chiedeva, in effetti, il Manifesto del futurismo, nel quale Marinetti esaltava le “locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi”? Marinetti è sicuro che la la sua Isotta Fraschini è una macchina e che funziona, dato che lo porta a scorrazzare a tutta velocità nelle strade polverose e sterrate, finché, secondo il suo racconto, lo fa finire in un fossato.

Con il futurismo, la macchina e l’arte si confusero! Proliferavano le macchine celibi di Marcel Duchamps, fino alla “macchina aerea” di Bruno Munari: una “macchina inutile”. Ebbe un bel dichiarare, Marinetti, che “le macchine non possono essere inutili”, ma la domanda era ormai senza più risposta: “Dove sta la macchina e dove sta l’arte?”. E, allora, l’arte s’impegnò a distinguersi. Non dipinse più le macchine e non dipinse più nemmeno la figura: forse, per non rischiare di vederci una macchina.

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