I Beni Culturali. Testimonianza materiale di civiltà.

Roberto Cecchi

 

 

Credo che a un certo punto bisogna incominciare a dirle le cose come stanno, perché il paese non vive una stagione particolarmente felice; continua ad avere delle situazioni complesse che non riesce ad affrontare, che non riesce a decidere. C’è una serie di problemi che potrebbero essere risolti in un quarto d’ora, si va avanti anni, decenni. Non giorni. Anni, decenni. E quello che osservava il direttore del giornale, che le sovraintendenze sono viste spesso come il luogo del ‘signor no’, il luogo della burocrazia, il luogo della difficoltà d’andare avanti, l’eccesso di burocrazia, sarebbe una cosa estremamente facile da risolvere: basterebbe evitare che l’amministrazione venisse messa in condizione di arrivare in fondo a un procedimento, per dire sì o no.

Quando si forma lo strumento urbanistico, quando c’è un’autorizzazione paesaggistica, dovrebbe intervenire in quel momento la sovraintendenza, insieme agli altri soggetti interessati. No. Per effetto di una norma, che è il cosiddetto decreto Galasso, arriva il provvedimento in sovraintendenza, ma il provvedimento si tratta di centinaia, di migliaia di provvedimenti nell’arco di un anno sull’intero territorio nazionale — siamo sui 250.000 – 300.000 provvedimenti che devono essere esaminati nell’arco di un anno — quando tutto il percorso è stato fatto. Perché non discutere prima, perché non lavorare intorno tutti a uno stesso tavolo e decidere intorno a uno stesso tavolo le procedure, le modalità, che cosa è possibile fare. Io parto, in qualche modo, rispondendo, ma mi pare giusto farlo, perché così si comprende. Parto dalla fine del ragionamento che avrei voluto fare. Ma quando insisto nel dire “qui è necessario fare i piani paesistici regionali”, dico esattamente questa cosa: decidiamo tutti insieme prima che cosa il territorio può sostenere.

L’altra drammatica cosa è legata all’osservazione che ha fatto il Presidente dell’Ordine degli Architetti. È vero che nell’85 c’è una circolare che ci dice “lavorate in termini di merito”, cioè dite se una cosa è bella o brutta in un’area tutelata paesaggisticamente. In realtà, giurisprudenza costante, dall’85 in poi, è stato sancito che l’amministrazione dei Beni culturali, in quanto la materia è stata trasferita alle amministrazioni regionali, può esprimersi solo in termini di merito e non di legittimità. Scusate, di legittimità e non di merito. Cioè, cerco di spiegarmi. Le sovraintendenze, che sono degli organi tecnici dello stato, devono semplicemente verificare, stando a giurisprudenza costante, che, quegli interventi che si vogliono realizzare nelle aree tutelate, siano compatibili o meno con gli strumenti urbanistici. Noi non possiamo dire se è bello o brutto qualcosa, cioè, un organo tecnico dell’amministrazione non può dire, uno dei rari organi tecnici, non può dare un giudizio di merito tecnico. Queste cose le stiamo denunciando da vent’anni. Noi, da vent’anni, e qui ci sono funzionari e dirigenti dell’amministrazione dei Beni culturali che ovviamente conoscono benissimo come stanno le cose; quindi basterebbe chiedere, basterebbe che lo strumento di tutela fosse adeguato a questa esigenza che mi sembrerebbe semplicissima. Le cose andrebbero a deplano, si definiscono prima e poi si va come delle fucilate; si decide e si realizzano le opere che si devono realizzare.

Allora le cose vanno dette come stanno, un’altra volta! Quando è stato fatto il codice dei Beni culturali del paesaggio, il cosiddetto codice Urbani, il decreto legislativo 42, come lo vogliamo chiamare, del 2004, che abbiamo vissuto, perché abbiamo vissuto la stesura di quel dispositivo di legge, nel momento in cui c’è stata la conferenza stato-regioni per decidere se fosse o non fosse obbligatoria la redazione dei piani paesistici, le regioni si sono messe di traverso: hanno detto: “No, decidiamo noi, se vogliamo”. Quindi, voi troverete nel dispositivo di legge, che le regioni possono redigere i piani paesistici regionali in collaborazione con i Beni culturali, cioè è una posizione unilaterale. Non possiamo decidere noi, come Beni culturali, di fare i piani paesistici; non possiamo decidere noi, come Beni culturali, di valutare un progetto in termini di merito tecnico, ma semplicemente di legittimità. Sono due passaggi, due, che giustamente sono stati osservati poco fa. Si risolverebbe in cinque minuti il grandissimo problema della cosiddetta burocrazia dell’amministrazione dei Beni culturali. D’altra parte un sovraintendente, quando vede arrivare un progetto che non funziona, deve dire che non funziona anche se arriva in fondo ad un percorso gigantesco: passaggio Comune, Regione, magari la Provincia, arriva in sovraintendenza e il sovraintendente dice no.

Ma perché dovrebbe dire sì, se non va? Ecco la ragione anche di questo volume. È un volume che, come è stato detto, mette in evidenza luci e ombre. È un contributo che non avrei mai scritto, ma sono stato preso per i capelli. Adesso, il collega Malara mi dava lo spunto per scrivere qualcos’altro. Dio ce ne scampi e liberi, perché non ho nessuna voglia di continuare a scrivere, anche se da scrivere ci sarebbe ancora moltissimo, perché tutto sommato ho detto cose quasi di superficie, che all’interno dei Beni culturali sono chiarissime. Poi c’è tutto un mondo, che non è così evidente a nessuno, anche per gli aspetti troppo tecnici che lo caratterizzano, che meriterebbe sicuramente un’altra pubblicazione. Io sono voluto partire da lontano in questa riflessione, sono voluto partire da lontano perché non si capisce bene se questo patrimonio culturale è tenuto bene o è tenuto male.

Leggendo i critici nostrani, non voglio fare né nomi né cognomi, ma sono facilmente identificabili, noi leggiamo che il patrimonio è svenduto, mal tenuto, non tutelato e quant’altro. Poi, leggo un articolo dell'”Economist”, quel famoso articolo dell'”Economist” che ha creato tanto scalpore non per la questione dei beni culturali, ma perché ha messo in croce l’economia italiana nel precedente governo, l’incipit di questo articolo dell’ “Economist” è che in Italia, se c’è una cosa ben fatta, è la tutela del patrimonio culturale del suo paesaggio. A questo punto dico: “Non ci capisco più nulla”. Come sta la storia? Siamo bravi, non siamo bravi, tuteliamo il patrimonio culturale, non lo tuteliamo? E allora, per non entrare troppo all’interno delle polemiche, sono andato a riprendermi l’unica vera ricognizione che è stata fatta sull’intero territorio nazionale, quella ricognizione della commissione Franceschini del 1967 che fa una disamina — sono 2500 pagine, se non ricordo male — così definita, dettagliata del nostro patrimonio e del suo stato di conservazione e della gestione della tutela, che non è mai più stata fatta.

Quello che è stato fatto dopo sono dei giochi, delle valutazioni un po’ così, come capita. E che cosa dice la commissione Franceschini alla fine delle 2500 pagine? lo dice all’inizio, ma insomma sono le conclusioni in realtà. I problemi della tutela in Italia nascono da una questione molto semplice, da una questione di definizione. Non è un problema di soldi, non è un problema di finanziamento, non è un problema di personale, è un problema nominalistico, e cioè: l’oggetto della tutela non è e non deve essere il cosiddetto monumento, ma la testimonianza storica. Dice esattamente questo la commissione Franceschini, cioè: l’oggetto della tutela non è il valore emergente, quello che noi consideriamo “il monumento”, ma l’oggetto della tutela, è e deve essere la testimonianza storica, cioè quella testimonianza che non ha i caratteri, i connotati di monumentalità, quella testimonianza che è il tessuto stratificato che rappresenta il connettivo del borgo storico medioevale che caratterizza l’intero territorio nazionale, cioè il prescindere in sostanza dal giudizio di valore, perché è così di fatto.

Se voi fate una riflessione su uno degli esempi più rilevanti del nostro patrimonio culturale, come la città di Venezia, ci sono certamente tanti oggetti che possiamo classificare come monumenti. Ma il grande valore di una città come Venezia è l’insieme di tutto quel patrimonio minore, chiamiamolo così, che rappresenta un connettivo, che rappresenta un contesto, che rappresenta una testimonianza storica. Di fatto, noi, oggi, quello tuteliamo. Il risultato di tutto questo, che in qualche modo è stato seguito, è stato un punto di riferimento, magari non così esplicito come vorremmo, è che noi abbiamo un patrimonio culturale enorme, gigantesco, spropositato, assolutamente non confrontabile con quello degli altri paesi, addirittura semplicemente in termini numerici. Se la Francia vanta 50.000 monumenti, chiamati così, noi abbiamo almeno 500.000 beni immobili che possono essere definiti tali, a cui si deve aggiungere tutta la parte dei centri storici, a cui si deve aggiungere tutto il patrimonio che immobile non è, come quadri, sculture, eccetera, e di cui si parla addirittura di milioni di oggetti, milioni di pezzi.

Da questa lettura, “non è l’oggetto singolo la tutela, ma il contesto stratificato della testimonianza, la testimonianza storica”, discende l’impegno gigantesco per l’amministrazione dei Beni culturali, l’impegno che nessun altro paese al mondo ha, pur avendo risorse completamente diverse dalle nostre. Le nostre risorse girano intorno allo 0,19-0,21-0,25 del bilancio. In Francia siamo oltre l’1%, il 5, per non parlare della Germania, per non parlare di altro. Ma, come dicevo prima, non è solo e soltanto un problema di risorse, è un problema anche di lettura del nominalismo di che cosa debba essere l’oggetto della tutela. Poco fa è stato giustamente osservato che Cappella degli Scrovegni e il Cenacolo Vinciano sono un problema molto simile da un punto di vista della conservazione, non sono un problema di superficie; non lo era il Cenacolo, non lo era la Cappella degli Scrovegni, era un problema, anche in questo caso, di contesto. Quello che è stato fatto a Milano e quello che è stato fatto a Padova, è creare — e prima è stato ricordato anche che cosa quel volume splendido dell’Istituto Centrale del Restauro, con la presentazione di Urbani, che ha individuato, non nella sequenza degli interventi di restauro la garanzia della conservazione di quelle superfici dipinte, ma l’attenzione al contesto, cioè l’attenzione a un intorno che deve garantire la salvaguardia del bene.

Tanto per capirci, a Milano, intorno al Cenacolo Vinciano, è stato fatto un vincolo di rispetto, sopra tutto nella piazza di Santa Maria delle Grazie, in cui si è impedito che sostino macchine, autobus e compagnia bella. Quindi, se problema è, è un problema ancora di salvaguardia del contesto stratificato. Se a questo aggiungiamo la dimensione della difesa del paesaggio, voi vedete che la dimensione della tutela in Italia, diventa un problema gigantesco. Oltre il 50% del territorio nazionale è riconosciuto bellezza naturale. Questo anche per effetto di una serie di automatismi legati alla legge Galasso. Non c’è altro paese al mondo che possa vantare da una parte e essere preoccupato dall’altra di avere una dimensione della tutela così ampia.
Ma che cosa significa difesa del paesaggio? Difesa del paesaggio non significa difesa dell’ambiente; difesa significa difesa di quell’insieme, così come si può definire paesaggio, di natura e storia. Paesaggio non è naturalità, paesaggio non è ambiente. Paesaggio è quell’insieme che è caratterizzato indubbiamente da una naturalità dovuta a fenomeni assolutamente naturali, e all’opera dell’uomo. Ritornando all’esempio di prima di Venezia, uno dei più bei paesaggi che assolutamente siano conosciuti è proprio quella città; ma non è un problema di naturalità di quel paesaggio, è un problema di un paesaggio che si è strutturato per effetto anche dell’opera dell’uomo, che in qualche modo, come ha detto qualche autore importante come Gheorg Simmel, con passare del tempo l’opera dell’uomo diventa, assume dei caratteri di naturalità che la riportano in un contesto che è quasi più non è umano. Il nostro compito, quindi, è quello di riuscire a contemperare esigenze di conservazione e anche di sviluppo. Se il paesaggio è natura e storia, anche la storia che noi siamo in grado di produrre fa parte, può far parte di quel paesaggio. Perché non deve accadere l’ipotesi di lavoro, che a Venezia si possa costruire qualche cosa che non sia ciò che è stato realizzato nel 1100-‘200-‘300 o qualche anno più avanti, così come per il paesaggio.

Cioè, avere tutela, immaginare tutela non significa pensare all’immobilità del territorio, significa pensare a una crescita del territorio in maniera armonica, e cioè in termini di compatibilità, guarda caso la stessa compatibilità di cui si parla quando si pensa ad un intervento su un edificio di interesse, d’interesse storico artistico che deve essere oggetto di un intervento di restauro.

Io vorrei concludere con quella cosa che è stata sottolineata prima, e con un’espressione che non è esattamente la mia, perché poi sono andato a rivederla. Citazione letterale: mi mancava un va. Io ho scritto nell’ultimo passaggio:
Della cultura ci si era già totalmente dimenticati, non rappresentata più il senso dell’identità sociale. Mi riferivo ad un evento, mi riferivo a quell’evento che accadde a Milano nel 45, nel 43-45 quando la Scala viene bombardata. La Scala viene bombardata come gran parte delle emergenze monumentali della città di Milano e, con quella, si è immaginato di indebolire in maniera forte la città di Milano, di indebolirla nei suoi centri vitali. Santa Maria delle Grazie e il Cenacolo furono bombardati, e le testimonianze ricordano che per una notte intera gli aerei inglesi girarono su Santa Maria delle Grazie per cercare di demolire integralmente l’intero complesso solariano. Ci riuscirono in parte, non riuscirono completamente, ma poi fu ricostruita.

Ma ciò che la città ricostruì nel 1945, la prima operazione che fu fatta fu quella di ricostruire La Scala. Perché? Perché era un simbolo, perché il patrimonio culturale rappresenta sicuramente un simbolo per chiunque di noi; fu ricostruita tra tante critiche, perché prima si ricostruì la Scala e ci si dimenticò magari di lavorare sulla ricostruzione di alcune fabbriche, forse addirittura di alcuni ospedali, però quello fu il rilancio della città in quel momento, cioè il patrimonio culturale era il senso dell’identità sociale. Dieci anni dopo, neanche, setti anni dopo, a Brera si dovette fare uno sciopero, perché all’interno della pinacoteca pioveva acqua dal cielo, dalle coperture; non c’era una lira per mettere a posto le coperture di una delle più grandi pinacoteche del mondo. In quel momento ci si era già dimenticati che il patrimonio culturale era l’identità. Non era una mia valutazione quella che è stata riportata, era una valutazione del momento, cioè ci si interessa e si valuta il patrimonio culturale solo quando è funzionale a qualche cosa; immediatamente dopo ci si dimentica e non è più in qualche modo l’identità del paese. Forse ho preso un po’ di troppo tempo. Grazie per l’attenzione.

Tratto dalla onferenza con dibattito di Roberto Cecchi, direttore generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal titolo I Beni Culturali. Testimonianza materiale di civiltà, 24 novembre 2006.
http://www.chiweb.net/cecchi-pd.html

Share Button