Il poeta

Alessandro Atti

 

 

.. temprando lo scettro a’ regnatori
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue
Ugo Foscolo

 

Jorge Luis Borges non “sfrondava gli allori ai regnatori”, non era trovatore di rime o atmosfere né fine dicitore né evocatore di sentimenti. Era un poeta, che, come Dante, giudica, innalza e assolve, tanto quanto condanna e sfronda e abolisce orpelli e vizi o schianta credenze che gli umani considerano le più sacre e intoccabili.
Il poeta martella la società, talora la inventa: è poeta solo se interviene al limite della demenza. Così, Borges, a Milano nel 1985, ardì pronunziarsi sul cosiddetto genere umano: “La mia vita è piena di cose di cui mi rammarico, ma da quanto ne so, non ho commesso il crimine peggiore, quello di generare un uomo”. Di dove traeva una tale autorità? Enunciava una tesi pericolosa per la sopravvivenza stessa del genere umano! Io ero lì a ascoltarlo e mi entusiasmai, di fronte a quel vecchio di 86 anni, che non era un affabulatore, un conciatore di enigmi. In un istante, allucinai il fracasso tremendo della farraggine del puerperio che crollava, nella sua zoologia modernizzata attraverso l’ideologia pannolinico-carrozzinico-pappinico-cacchinica e i suoi dolceamarognoli sentimentalismi.
Borges aveva sganciato questa specie di bomba, ma aveva voluto stemperarne per due aspetti l’enormità: si trattava del pensiero di un suo amico, il quale aveva anche aggiunto che [generare un uomo era] “condannare qualcuno a una vita che è spaventosa”.
La forza delle sue parole si annichiliva: calava la notte, che fa tornare tutte le vacche nere. Eppure, aveva parlato rispondendo a una domanda diretta: “Lei ha mai avuto figli?”, sicché fui sicuro che fosse lui stesso, e non quel suo amico, a pensare che: “il crimine peggiore [sia] quello di generare un uomo”.

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