Valentin Tereshenko

Valentin Tereshenko

 

 

Intervista a cura di Fabiola Giancotti

 

Fabiola Giancotti La memoria della sua famiglia, come si scrive nella sua opera?

Valentin Tereshenko Nel 1937, la famiglia paterna si trasferì in Siberia. Mio nonno e mio zio Aleksandr vennero fucilati durante la guerra. Mio padre Stepan e lo zio Semen dovettero fuggire, l’uno a Irkutsk, l’altro a Sachalin. La nonna e la zia Vera andarono a Kansk, non lontano da Krasnoyarsk. E lì rimasero per tutta la vita. A Irkutsk, mio padre incontrò mia madre. Lei era di un villaggio i cui abitanti venivano chiamati vecchi credenti, un gruppo religioso che si era stabilito in Siberia quattrocento anni prima. Suo padre era il capo del villaggio, lo starosta dei vecchi credenti, Aleksandr Kirikovich Volciatov.

F.B. Chi sono i vecchi credenti?

V.T. Si distinguono per certi riti religiosi, per esempio gli ortodossi russi fanno il segno della croce con due dita, i vecchi credenti con tre. A questi gesti si dava anticamente grande significato. I vecchi credenti non si radono, non bevono vodka, non fumano. Ma, in effetti, sono sempre ortodossi. Ai vecchi credenti si aggiunsero, poi, i decabristi. La nonna materna, figlia di un decabrista, si chiamava Komarova-Peciorskaja. È morta di parto, dopo avere dato alla luce la mamma. Aveva ventitrè anni. Purtroppo non c’è un archivio, e di quei tempi non si è conservato niente. Rimane solo una piccola fotografia della nonna con il nonno. Così, la mamma fu allevata a Irkutsk da una zia, che si occupò anche della sua educazione. Crebbe e conobbe mio padre, che faceva l’autista. Prima della guerra, fare l’autista era considerato un mestiere importante, quasi come quello del pilota.

F.B. Come era organizzata la vita a Irkutsk?

V.T. Manco da Irkutsk ormai da molti anni. Non sono molto legato a quella città. Anche se lì sono nato, il 30 giugno del 1941, a pochi giorni dall’inizio della guerra tra la Russia e la Germania. Mio padre fu arruolato. Qualche giorno dopo la mia nascita, mi sollevò, mi guardò, disse qualcosa e se ne andò per sempre. Poi, la mamma mi portò a Kansk, dalla nonna paterna. Non abbiamo mai più avuto notizie del papà. Nel 1947, dopo innumerevoli lettere a Mosca, c’informarono della sua morte. Io sono cresciuto a Kansk, che non è molto lontano da Irkutsk. La mamma lavorava in fabbrica dodici ore al giorno. Aveva un intervallo di mezz’ora e in quella mezz’ora faceva un salto a casa e mi portava un bicchiere di latte con un po’ di pane. La nonna paterna morì verso la fine della guerra, aveva circa sessant’anni; il nonno, invece, fu fucilato a cinquantaquattro anni. La nonna, la ricordo appena. Ricordo che la mamma non parlava con lei: diceva che era cattolica e forse era questo il motivo per cui non si parlavano, dato che mia madre non era né vecchia credente né ortodossa né cattolica, ma era una giovane comunista.

F.B. La nonna era cattolica?

V.T. Non era ortodossa, veniva da una zona della Bielorussia, già appartenuta alla Polonia.

F.B. E lei come si trovava con la nonna?

V.T. Non mi viene in mente quasi nulla. Avevo quattro anni, quando è morta. Però, ricordo molto chiaramente quel giorno. Era d’inverno, e la nonna andò a prendere la legna. Poiché non tornava, la mamma mi disse di andare a vedere cosa stesse facendo. Andai nella legnaia e la vidi distesa, a terra. Corsi in casa e dissi: mamma, mamma, la nonna dorme. La mamma gettò un urlo, ricordo che mi spaventai per quell’urlo. Della nonna non ricordo altro.

F.B. La mamma si è poi risposata?

V.T. Sì, si è risposata. Due volte. La seconda volta fu poco prima che io partissi per studiare. La prima volta, invece, ero ancora piccolo. A quell’epoca, avevamo come vicini alcuni tedeschi rifugiati. Nel corridoio c’era la nostra porta e, di fronte, quella dei tedeschi. C’erano molti bambini. Mi ricordo Rudik, Lisa, e altri due. Avrò avuto sette-otto anni quando questi bambini mi fecero conoscere un artista tedesco che viveva a Kansk. Kansk era, e tuttora è, una città molto interessante. Chi ha letto Solženicyn sa che cos’è il Gulag, a Kansk c’era il Kraslag, centro di lager della regione di Krasnoyarsk. Nella zona c’erano lager politici e penali e, di conseguenza, banditi e dissidenti, insomma di tutto un po’. Kansk contava circa duecentomila abitanti, come una vera e propria città. Lì restavano confinati quelli che avevano scontato la pena nei lager. L’artista, che mi fecero conoscere questi bambini e che poi è diventato il mio maestro tedesco, si chiamava Bruno Andreevich Dil’: anche lui era rimasto a Kansk per il confino. Inoltre, Bruno Andreevich fu il mio secondo padre e il terzo compagno di mia madre. Era un uomo giovane e simpatico, di una trentina d’anni. È ancora vivo. Era una bella testa. Di lui, non posso dire niente che non sia buono. Mi aveva preso dalla strada e aveva detto: “Basta con le risse”, sì — a nove anni, avevo nove anni — “Basta con le risse”. Allora c’erano sempre risse, muro contro muro, via contro via, tutti avevano le tasche piene di sassi.

F.B. Adulti o solo bambini?

V.T. Bambini, naturalmente, anche se neppure gli adulti disdegnavano le risse. Ma in altro modo, con i coltelli… “Basta risse per la strada, vieni nel mio studio”, mi disse Bruno Andreevich, che abitava nella cosiddetta Casa dei Pionieri dove aveva uno studio, quasi un’aula di disegno. Così mi sono affezionato a lui, inoltre aveva una motocicletta. Tutto era meraviglioso con Bruno Andreevich, ma la motocicletta… la motocicletta, quella vibra, corre… Bruno Andreevich veniva da me e diceva: sali, andiamo a disegnare. Disegnavamo, dipingevamo, stavamo via tutto il giorno. Tornavo da scuola, buttavo la borsa sul letto e andavo da Bruno Andreevich, nel suo studio. Fino a sera, quando mi diceva che era ora di tornare a casa da mia madre.

F.B. Era un bravo artista?

V.T. Bravo. Molto bravo. A Kansk, ho il suo ritratto.

F.B. Cosa può dire di aver imparato da lui?

V.T. Il piacere di disegnare, anzitutto. E per un artista questo è importante. Tutto il resto viene da sé. Se non hai sete di lavorare, non sei un artista. E, così, lui è stato il mio maestro fino ai quattordici anni. Fino all’estate del 1954.

F.B. È stato il secondo marito della mamma dopo suo padre. E il primo?

V.T. Non è stato presente a lungo, ma anche lui ha partecipato alla mia educazione. Era un bandito. Un vero e proprio bandito. Pieno di tatuaggi, non c’era un posto libero sul suo corpo, qui c’era Lenin, qui Stalin, qui un’aquila che rapisce una donna, qui un serpente… Non lo dimenticherò. Quando facevamo il bagno, mi soffermavo su ciascuna immagine, era come andare in un museo.

F.B. Come lo incontrò sua mamma?

V.T. L’aveva conosciuto da qualche parte. Stando con mia madre smise di fare il bandito, ma rimase un etilista.

F.B. Cosa facevano i banditi a Kansk?

V.T. Lavoravano. A Kansk, c’è il fiume Kan, affluente dell’Enisei, da cui prende il nome anche la città. Molti lavoravano alla flottazione del legname. Anche lo zio Saša, per esempio. Lo zio Saša era caposquadra. Nella sua squadra c’erano sette coreani, che erano stati colonnelli e generali. Me li ricordo bene. Due diventarono anche miei amici. Ricordo perfino i loro nomi: Ibindun (mio zio non era una persona istruita e nei documenti mi diceva, sì, di scrivere Ibindun, ma poi, tra parentesi scriveva Vanja: i nomi, li dava lui) e Ibindien (che lo zio scriveva come Saša). Questi coreani erano sempre ben organizzati. E avevano molta considerazione della gerarchia e, dunque, il senso della subordinazione. Ogni sabato e domenica venivano a trovare zio Saša, e portavano regali. Lo zio continuava nelle sue faccende, poi li guardava e sembrava dicesse: “Cosa siete venuti a fare?”. Ma loro non si offendevano. Erano lì per giocare con me. E cosa non facevano per me! Mi avevano costruito un mulino, alcune carriole. Una balalajka… Era gente formidabile. Nel 1953-54, ottenuta l’amnistia, tornarono in Corea. E zio Saša morì. Si era ubriacato da qualche parte, e morì ubriaco. Nel 1955, io avevo appena compiuto quattordici anni, Bruno Andreevich mi suggerì d’iscrivermi all’istituto d’arte. In tutta la Siberia, da Vladivostok fino a Sverdlovsk (sono quasi tre Europe) c’era un solo istituto d’arte: a Irkutsk.

F.B. Quanto lontano da Kansk?

V.T. Novecento, mille chilometri. Ma in Siberia, dove le distanze sono altre, è considerato poco lontano. Bruno Andreevich mi regalò una cassetta da pittore e la mamma mi preparò la valigia di cartone. Veramente, mi ricordavo un po’ di Irkutsk perché una volta, con la mamma, ero andato a trovare il nonno, suo padre, che allora aveva sessantatrè anni, e che da qualche anno era cieco. Aveva, però, un dono interessante: si sedeva su una panca, e per giorni interi stava lì seduto. L’autobus con cui arrivava la mamma, da sola o con me, quando andava a trovarlo, si fermava a qualche chilometro dalla sua casa, dietro a una collina. Ma quando arrivava, il nonno gridava a sua moglie: “È arrivata Njurka: prepara il samovar”. E, di lì a mezz’ora, appariva Njurka da dietro la collina. E, se c’ero anch’io, diceva: “Sono arrivati Njurka e Val’ka, prepara qualcosa di dolce”.

F.B. Ha altri aneddoti sulla città di Kansk?

V.T. La scuola che ho frequentato da bambino a Kansk era una piccola isba. Ricordo alcuni della mia classe. A un banco, sedeva il figlio di un bandito che aveva accoltellato sua madre; accanto, il figlio del direttore della segheria. Qui sedeva, mettiamo, uno la cui famiglia intera stava in prigione, mentre lui viveva con la nonna; vicino stava il figlio del presidente del Gorispolkom [Comitato Esecutivo Municipale] Gusev, che si chiamava Zhenja. Più in là c’era una ragazza che a quindici anni sapeva già l’inglese e il cinese e, a fianco, un ragazzo che parlava a malapena il russo. Era molto interessante.

F.B. E della scuola a Irkutsk?

V.T. A Irkutsk, sono riuscito a essere ammesso subito all’Istituto d’arte. Praticavo in uno studio i cui insegnanti erano quasi tutti tedeschi. Ricordo Irma Gekker. Era stata in prigione, mi pare, dieci anni. Dopo la morte di Stalin, la liberarono, ma non le permisero di andare via. Le diedero un posto d’insegnante a Irkutsk, nell’istituto d’arte. Io ho studiato due anni con lei. Dopo, è scomparsa. Era una donna interessante, amica di Svjatoslav Richter. Quando Richter veniva a Irkutsk, andava nel suo appartamento e lei m’invitava. Richter suonava su un vecchio pianoforte, e piangevano insieme. Lei organizzava spesso serate musicali.

F.B. La formazione musicale, in Russia, è frequente fra gli studenti?

V.T. Non soltanto fra gli studenti. Per esempio, della musica italiana io mi sono innamorato quando avevo circa nove anni. Sì, non lo dico perché adesso sono in Italia, lo direi in Cina, in America, dappertutto. E me ne sono innamorato così: vicino a casa c’era un circolo di operai, il Circolo operaio di Kansk, dove facevano vedere film di successo. Quando proiettarono il film su Caruso, mi piacque tanto che ne feci, dopo alcuni anni, un quadro. Cantava lo stesso Caruso, anche se l’attore era un altro. In questo circolo, davano allora questo film. Film ne arrivavano pochi e quelli che arrivavano venivano proiettati più volte al giorno. I bambini di Kansk, che erano piccoli delinquenti, si divertivano così: uno di loro rubava un biglietto a uno spettatore, entrava nella sala e, quando incominciava il film, si avvicinava all’ingresso, apriva uno spiraglio, e faceva entrare tutti gli altri che si nascondevano sotto le sedie. Proiettarono il film per un’intera settimana. Tutti lo videro. Poi non venne più nessuno, ma il film veniva proiettato lo stesso: nuovi film non ne arrivavano, tant’è che il direttore del circolo non chiudeva più neanche le porte e i biglietti erano gratis. I bambini ci vennero per un paio di volte, poi naturalmente smisero, io invece assistetti praticamente a tutte le proiezioni, lo conoscevo a memoria. Sapevo quali canzoni napoletane Caruso avrebbe cantato, quali arie, e quale musica lo avrebbe accompagnato. Ricordo che allora mi alzavo molto presto, verso le sei, uscivo e andavo verso il monte Sajan, dove dipingevo ritratti di Caruso. Andavo lì, e mi mettevo a urlare: imitavo Caruso e l’avrei fatto anche se qualcuno mi avesse sentito. Dopo qualche anno, quando ero già a Irkutsk, uscì un altro film sulla vita di Caruso, e questa volta recitava anche Mario Lanza.

F.B. Ebbe altre occasioni per formarsi alla musica?

V.T. Irma organizzava molte serate musicali, aveva vecchi dischi di cantanti italiani, Tito Schipa, Titta Ruffo, Enrico Caruso. E naturalmente c’erano tutti i dischi di Fëdor Scialjapin, che poi non ho più sentito fino a due anni fa, quando è stato trasmesso un programma in televisione, con quelle registrazioni che aveva Irma. Ho studiato un paio d’anni così, fino a quando Irma non si vide più, nessuno seppe dirmi dove fosse andata e, stupidamente, io non me ne interessai…

F.B. Oltre a Irma, ha avuto altri insegnanti?

V.T. Il posto di Irma fu occupato da un nuovo insegnante, un artista, un accademico, Anton Ivanovich Alekseev. Con lui ho studiato tre anni, e con profitto. L’idea di cantare non mi aveva però abbandonato e allora m’iscrissi a un coro. Mi assegnarono a un gruppo, dapprima con i tenori, ma non andò bene; poi con i baritoni, ma non andò bene lo stesso. Io insistevo: volevo cantare in un coro. Per caso, il maestro mi sentì mentre cantavo da basso e allora mi disse: va bene. Mi trovai con i bassi e debuttai con una canzone popolare russa dal titolo Vecernyj zvon [Suono della sera], dove i bassi fanno “zvooon, zvooon”, e basta. Ero soddisfatto e allora decisi di non cantare più. […]

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